Se la prendono con la statua di San Giovanni Paolo II

Intervista con Giusy D'Amico

presidente Associazione Non Si Tocca la Famiglia

Nel video che potete visualizzare in fondo all’articolo, Giusy D’Amico ha voluto reagire con fermezza a quanto avvenuto a Roma: un gruppo di manifestanti, che si dichiaravano pro Palestina e pro pace, ha deturpato e vilipeso un’opera d’arte dedicata a San Giovanni Paolo II. In questo intervento riprendiamo le parole pronunciate e spiega perché considera quell’azione non una protesta civile, ma un atto di barbarie che offende la memoria, la fede e il rispetto civile.

 

Giusy puoi raccontarci, in breve, cosa è successo a Roma?

Durante una manifestazione a Roma, alcuni militanti hanno imbrattato e deturpato l’opera d’arte dedicata a San Giovanni Paolo II. Quella che avrebbe dovuto essere – nella dichiarazione dei manifestanti – una protesta per la pace, si è trasformata in devastazione, volgarità e aggressività. Ho voluto denunciare pubblicamente questo comportamento perché non ha nulla a che vedere con il diritto a manifestare quando degenera in offesa e violenza.

Perché definisci quell’azione una «barbaria ignorante»?

Perché la violenza simbolica contro un luogo, un’opera o la memoria di una persona mostra un livello di bassezza morale e culturale. San Giovanni Paolo II è stato un uomo che, nelle sofferenze subite sotto i regimi totalitari, ha fatto della propria esperienza una missione di fede e di dialogo. Offenderne l’immagine con insulti e imbrattamenti non è protesta: è volgarità gratuita e un atto che denigra la dignità umana.

Non è, secondo te, un esercizio del diritto di manifestare?

Il diritto di manifestare è sacrosanto in una democrazia, ma esiste una linea che separa la legittima espressione di dissenso dall’abuso violento. Nell’episodio di Roma quella linea è stata superata: avete confuso il diritto con l’abuso violento. Manifestare non dà il diritto di profanare, offendere o arrecare danno. Chi lo fa confonde la libertà con l’illegalità e la volgarità con la protesta.

Hai citato la frase «scrivetevela sul volto» nel tuo intervento. Cosa intendevi?

È una frase forte perché volevo restituire, metaforicamente, agli autori dell’offesa la loro stessa bassezza. Quando qualcuno scrive insulti su un volto pubblico o su un’immagine sacra, quel gesto parla più di loro che della persona insultata. Dico: «scrivetevela sul volto» per rimarcare che quella vergogna appartiene a chi la compie, non alla vittima. È una chiamata a riflettere sulla responsabilità morale delle proprie azioni.

Chi è stato offeso da questo gesto, oltre alla figura religiosa rappresentata?

Oltre a San Giovanni Paolo II, sono stati offesi i cittadini che credono nella civiltà del confronto, i familiari della memoria storica e chiunque consideri il decoro urbano e la tutela del patrimonio come valori fondamentali. È stato offeso anche il senso comune della civile convivenza: trasformare una piazza in un luogo di insulto non arricchisce il dibattito pubblico, lo impoverisce.

Qual è il messaggio che vuoi lanciare ai cittadini e alle istituzioni?

Il mio messaggio è chiaro: bisogna reagire con sana indignazione. Non per alimentare odio, ma per ribadire che la libertà di espressione non include la libertà di offendere impunemente. Chiedo alle istituzioni di intervenire per ripristinare il decoro e per tutelare opere e simboli che appartengono alla collettività. Ai cittadini chiedo di non voltare lo sguardo: denunciare, informarsi e reagire in modo civile è dovere di ognuno.

Come dovremmo rispondere, concretamente, a gesti del genere?

In due modi complementari: con azioni concrete e con cultura. Azioni concrete significano denunce quando ci sono reati, ripristino delle opere danneggiate, vigilanza civile e intervento delle autorità competenti. Con cultura intendo promuovere il rispetto reciproco, l’educazione civica e il dialogo, perché prevenire la barbarie passa anche attraverso una comunità più informata e più rispettosa.

Cosa significa, nella tua visione, «sana indignazione»?

«Sana indignazione» è una reazione pubblica che condanna l’atto senza trasformarsi in vendetta o in violenza. È il richiamo ai valori comuni: rispetto, memoria, responsabilità. È chiedere conto senza scendere al livello di chi offende. È chiedere che si faccia giustizia e che si lavori perché simili episodi non si ripetano.

Conclusione

Questa vicenda a Roma non è solo una questione di decoro urbano: è un monito. Quando qualcuno confonde il diritto con l’abuso violento, la fede con la volgarità, o la protesta con la profanazione, tutta la comunità perde. Vi invito a diffondere questa riflessione, a far girare la sana indignazione di cui abbiamo parlato e a sostenere il rispetto delle persone e dei simboli che, nella loro storia e nella loro fede, hanno dato testimonianza fino all’ultimo istante della loro vita.

"Avete confuso il diritto con l'abuso violento, 
avete confuso la santità con la volgarità
e la follia ideologica con quella che era la fede di quest'uomo."

 

Roma 8 Ottobre 2025

Ufficio stampa
Associazione Non Si Tocca La Famiglia