Il caso della famiglia nel bosco e il confine tra tutela dei minori, libertà educativa e potere dello Stato
Ufficio Stampa
Associazione Non Si Tocca la Famiglia
Giusy D’Amico, presidente dell’Associazione Non Si Tocca la Famiglia, nel corso della trasmissione ‘L’Alleanza Educativa’ trasmessa il 29/04/2026 da Radio Mater, ha intervistato sul caso della “Famiglia nel bosco” la Prof.ssa Assuntina Morresi, associata di chimica e fisica all’università di Perugia (Componente CNB), il Prof. Tonino Cantelmi (Psichiatra e psicoterapeuta) e l’avvocato Antonio Voltaggio. Questo il resoconto della discussione. Potete riascoltare l’audio integrale in fondo all’articolo.
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Ci sono vicende che colpiscono per la loro durezza. E poi ce ne sono alcune che, oltre a ferire, aprono una domanda collettiva molto più grande: fin dove può spingersi lo Stato nella vita di una famiglia, specialmente quando non ci si trova davanti a violenze accertate, abusi conclamati o patologie psichiatriche, ma a uno stile di vita considerato “diverso”?
Il caso della cosiddetta famiglia nel bosco è diventato, nel tempo, qualcosa di più di una storia giudiziaria. È diventato uno specchio. Dentro ci si riflettono molti nodi irrisolti del nostro tempo: il rapporto tra famiglia e istituzioni, il ruolo dei servizi sociali, i limiti della discrezionalità dei tribunali minorili, il valore della libertà educativa, il tema dell’istruzione parentale, il diritto dei bambini a crescere con i propri genitori e, non da ultimo, la fiducia dei cittadini nel sistema di protezione dell’infanzia.
Su questo terreno si sono confrontati professionisti di ambiti diversi, dalla psichiatria al diritto, fino alla riflessione culturale ed educativa. E il quadro che emerge è scomodo, complesso, ma anche chiarissimo su un punto: quando non si capisce più perché dei figli siano separati dai loro genitori, il problema non riguarda soltanto quella famiglia. Riguarda tutti.
Una vicenda che interroga l’intero sistema
La discussione nasce da una perizia recentemente depositata e da un insieme di provvedimenti che, nel corso del tempo, hanno portato all’allontanamento dei figli dai genitori. Al centro del dibattito c’è un dato che ha lasciato sgomenti molti osservatori: i genitori sarebbero stati giudicati sani di mente, privi di patologie psichiatriche e senza disturbi di personalità, ma al tempo stesso ritenuti inadeguati come genitori.
È qui che si apre la prima, enorme contraddizione. Che cosa significa, esattamente, “inadeguatezza genitoriale” quando non ci sono elementi clinici gravi? E soprattutto, su quali basi scientifiche e giuridiche si può arrivare a una conclusione del genere, tanto da giustificare una separazione familiare così traumatica?
La critica che viene mossa non è generica. Non si tratta di un moto emotivo o di un riflesso ideologico. Le obiezioni sono puntuali e toccano il merito, il metodo e perfino il linguaggio con cui si è costruita la valutazione.
La perizia contestata: sani di mente, ma non abbastanza genitori?
Uno dei punti più discussi riguarda proprio la perizia tecnica. Secondo chi la contesta, il documento presenterebbe seri limiti metodologici e scientifici.
Il dato più clamoroso è questo: ai genitori non sarebbero state diagnosticate patologie psichiatriche, né disturbi di personalità. I test psicologici utilizzati, tra cui l’MMPI-2, avrebbero dato esiti sostanzialmente normali. Eppure, da alcuni tratti caratteriali, come rigidità o impulsività, si sarebbe fatta discendere una valutazione di incapacità genitoriale.
Per i critici questo salto è inaccettabile. Non solo perché una personalità con alcune rigidità non equivale automaticamente a un genitore dannoso, ma anche perché, a quanto riferito, non sarebbero stati utilizzati strumenti validati specificamente per misurare la capacità genitoriale.
La questione è delicatissima. In ambito clinico e forense, una perizia non può limitarsi a suggestioni o deduzioni non suffragate da parametri condivisi. Se si arriva a incidere in modo così radicale sul diritto dei bambini a stare con la propria famiglia, il livello di rigore richiesto dovrebbe essere massimo.
A rendere ancora più pesante la critica c’è l’osservazione secondo cui la bibliografia su cui si fonderebbe il documento sarebbe in larga parte datata, con riferimenti prevalenti tra gli anni Sessanta e i primi Duemila, e con scarsa integrazione di studi più recenti in modo coerente con l’argomentazione. Anche questo, per chi guarda la vicenda da fuori, non è un dettaglio tecnico. È sostanza.
Il nodo vero: diversità culturale o pregiudizio travestito da tutela?
Uno dei contributi più forti al dibattito arriva da una lettura che chiama in causa un possibile errore di fondo: aver scambiato una diversità socio-culturale per una forma di problematicità tale da rendere i genitori inadatti.
La famiglia in questione ha scelto uno stile di vita non conforme ai modelli dominanti. Un rapporto stretto con la natura. Una visione critica del consumismo. Un rifiuto della moda come criterio identitario. Un’idea di educazione fortemente centrata sul legame familiare. Un’impostazione che può piacere o non piacere, che può essere condivisa o criticata, ma che non coincide automaticamente con un danno.
Qui il punto è decisivo. In una società pluralista, la differenza non può essere trattata come una colpa. Non si può trasformare il non conformismo in una prova di inidoneità educativa. Altrimenti il messaggio diventa devastante: i figli restano con i genitori solo finché quei genitori somigliano abbastanza al modello culturale considerato normale dalle istituzioni.
Ed è un messaggio pericoloso, perché allarga enormemente il potere discrezionale di chi valuta. Oggi può toccare a una famiglia che vive in modo alternativo. Domani a una famiglia molto religiosa. Dopodomani a una famiglia straniera con codici culturali differenti. E così il criterio non è più il danno concreto subito dal minore, ma la distanza tra la famiglia reale e l’idea di famiglia ritenuta accettabile.
I bambini stanno “bene” o si stanno adattando al trauma?
Un altro punto molto discusso riguarda la lettura del comportamento dei bambini dopo l’allontanamento.
Secondo la critica espressa da alcuni specialisti, nella vicenda sarebbe stato commesso un secondo errore grave: interpretare l’apparente tranquillità dei minori come segno positivo, senza cogliere che potrebbe trattarsi invece di una forma di adattamento depressivo.
Questo significa una cosa molto semplice, anche se dolorosa. Un bambino separato dalla propria famiglia può smettere di protestare, può apparire silenzioso, gestibile, persino “sereno”. Ma ciò non significa che stia bene. Potrebbe aver semplicemente rinunciato a esprimere il suo dolore. Potrebbe essersi adattato alla perdita. Potrebbe trovarsi in quella condizione che alcuni studiosi descrivono come una posizione depressiva, cioè una risposta al trauma e non una sua elaborazione sana.
Se questa chiave di lettura è corretta, allora la valutazione dell’impatto dell’allontanamento cambia completamente. E cambia anche il giudizio sul cosiddetto “buon inserimento” in struttura o in affido. Non basta osservare che un bambino non urla più. Bisogna chiedersi che prezzo interiore sta pagando.
La domanda che nessuno riesce a sciogliere: cosa devono fare questi genitori per riavere i figli?
Forse il cuore più inquietante dell’intera vicenda sta in questa domanda, ripetuta più volte e in modi diversi: che cosa viene chiesto esattamente a questi genitori?
Perché se i motivi originari vengono meno, o si rivelano fragili, o non sono più sostenibili, allora dovrebbe essere chiarissimo il percorso di rientro dei figli a casa. E invece proprio qui si apre una nebbia che inquieta.
Se il problema era la casa, oggi la famiglia ne avrebbe una diversa, pronta e vicina. Se il problema era l’istruzione, esistono strumenti giuridici specifici per imporre l’adempimento scolastico o per sanzionare eventuali violazioni, senza arrivare per forza alla sottrazione dei figli. Se il problema era la vita di relazione, allora bisogna spiegare in modo preciso e verificabile in che cosa consista questa lesione e come possa essere sanata.
Ma se tutto resta vago, se le richieste cambiano, slittano, si spostano, allora la sensazione è terribile: non si sta più lavorando per ricomporre il legame familiare, ma per prolungare una sospensione indefinita.
Ed è qui che la vicenda esce dal recinto del caso singolo e diventa questione pubblica. Perché un sistema che non sa dire chiaramente a dei genitori cosa debbano fare per riabbracciare i propri figli è un sistema che genera sfiducia, paura e senso di impotenza.
La libertà educativa e il sospetto verso chi educa fuori dal modello standard
Dentro questa storia c’è anche un tema molto attuale: il rapporto tra istruzione, educazione e libertà della famiglia.
Si è parlato di istruzione parentale, di scuola, di socialità, di diritto dei minori a una vita relazionale piena. Sono temi seri. Nessuno nega che i bambini abbiano bisogno di crescere in un contesto che li apra al mondo. Ma proprio per questo il dibattito deve essere limpido.
Una cosa è vigilare sul diritto all’istruzione. Un’altra è fare della non conformità scolastica o pedagogica la leva per una radicale compressione della vita familiare. La legge italiana, peraltro, conosce già strumenti per affrontare l’inadempimento dell’obbligo scolastico. La questione, allora, è se sia proporzionato trasformare una scelta educativa controversa in una ragione per l’allontanamento.
Nel confronto è stato ricordato anche un passaggio importante della giurisprudenza: l’istruzione parentale è una possibilità riconosciuta, purché si rispettino determinati presupposti. Questo non significa che qualunque forma di homeschooling sia automaticamente adeguata. Significa però che non si può trattare la scelta in sé come un indice di pericolosità.
Allo stesso modo, il tema della socializzazione merita serietà. “Vita di relazione” non può essere uno slogan. Va dimostrato concretamente che un minore sia stato realmente privato di relazioni necessarie al suo sviluppo, e che questa privazione abbia prodotto o rischi seriamente di produrre un danno significativo. Altrimenti si entra nel terreno molto scivoloso delle valutazioni astratte.
Che cosa prevede la legge, e dove si annida il rischio
Dal punto di vista giuridico, la riflessione si è concentrata soprattutto sulle norme che consentono al tribunale per i minorenni di intervenire quando la condotta dei genitori sia ritenuta pregiudizievole per il figlio.
Il problema, evidenziato con forza, è che alcune formulazioni normative sono molto ampie. Parlano di “provvedimenti convenienti” o consentono limitazioni della responsabilità genitoriale in presenza di un pregiudizio, ma lasciano un margine interpretativo enorme.
Qui sta il rischio: una norma pensata per proteggere il minore può diventare, se applicata senza rigorosi contrappesi, uno strumento che permette di invadere l’autonomia familiare ben oltre il necessario.
La Costituzione, è stato ricordato, prevede l’intervento dello Stato in caso di incapacità dei genitori. Ma il concetto di “incapacità” non può essere dilatato fino a coincidere con l’idea di “genitore che non ci piace” o “genitore troppo distante dai nostri parametri culturali”.
Quando si passa dal piano dell’incapacità concreta e dimostrata a quello dell’inadeguatezza come etichetta elastica, il confine diventa pericolosamente incerto.
Per questo alcuni giuristi chiedono una riforma, o almeno una stretta interpretativa forte, capace di:
• limitare la discrezionalità nei casi di allontanamento;
• pretendere una prova chiara del danno attuale o imminente;
• imporre una comparazione effettiva tra costi e benefici del distacco;
• rafforzare l’obbligo di motivazione;
• privilegiare sempre, se possibile, misure di sostegno al nucleo familiare invece della separazione.
L’ascolto del minore e dei genitori: grande assente?
Un altro tema emerso con forza è quello dell’ascolto. In teoria, il sistema lo prevede. In pratica, molte volte appare insufficiente, mediato o svuotato.
La domanda è semplice: i bambini sono stati ascoltati davvero dal giudice? E i genitori, sono stati messi nella condizione di capire, rispondere, collaborare su basi chiare?
Non si tratta di formalità. In materia di tutela dei minori, l’ascolto non è un passaggio ornamentale. È uno degli strumenti più importanti per evitare decisioni calate dall’alto e per comprendere la realtà concreta oltre le relazioni tecniche.
Quando invece tutto passa attraverso perizie, servizi, relazioni di operatori ed esperti, senza che i soggetti direttamente coinvolti sentano di essere davvero compresi, il rischio di alienazione istituzionale aumenta enormemente. Le famiglie percepiscono un muro. E quel muro produce ostilità, opposizione, disperazione.
Ma attenzione: questa opposizione non può essere letta automaticamente come prova della loro inaffidabilità. Una madre o un padre che si sentono privati dei figli senza capire fino in fondo il perché possono reagire con rabbia, sfiducia, durezza. Sarebbe quasi sorprendente il contrario.
Il tempo dei bambini non è il tempo della burocrazia
Su un punto c’è stata una convergenza netta: i tempi di queste procedure sono devastanti.
Due mesi, tre mesi, quattro mesi, un anno. Nel lessico amministrativo o giudiziario possono sembrare scansioni ordinarie. Nella vita di un bambino sono un’enormità. Sono stagioni emotive intere. Sono legami che si assottigliano. Sono abitudini che si spezzano. Sono regressioni, paure, adattamenti dolorosi.
Quando si tratta di minori, il tempo non è mai neutro. E allora non basta dire che un caso è complesso o che servono approfondimenti. Certo, gli approfondimenti servono. Ma occorre chiedersi ogni giorno quale ferita stia producendo l’attesa stessa.
Questa consapevolezza dovrebbe cambiare il modo in cui il sistema affronta i casi di allontanamento. Il criterio non può essere solo procedurale. Deve essere anche umano, relazionale, evolutivo.
La fiducia nei servizi sociali è in gioco
Forse uno degli effetti più pesanti di tutta questa storia è quello meno visibile nell’immediato, ma più vasto nel lungo periodo: la perdita di fiducia verso i servizi sociali e verso l’istituto dell’affido.
Chi ha avuto esperienze positive con i servizi lo sa bene: quando funzionano, possono essere una risorsa preziosa. Possono sostenere famiglie fragili, ricucire rapporti, proteggere davvero i bambini. Il problema è che casi opachi, mal motivati o percepiti come ingiusti fanno un danno enorme a tutto il sistema.
Se una famiglia in difficoltà pensa che chiedere aiuto possa trasformarsi in un percorso incomprensibile e potenzialmente punitivo, non chiederà più aiuto. E questo è un danno sociale gravissimo.
Non riguarda solo chi si sente vittima di un’ingiustizia. Riguarda anche gli operatori seri, i servizi che lavorano bene, i tribunali che decidono con equilibrio. Perché la sfiducia generalizzata travolge tutti indistintamente.
Ecco perché fare chiarezza non è un favore a una parte. È un dovere pubblico.
Famiglia, natura, attaccamento: quando un modello educativo diventa sospetto
Tra gli elementi che hanno contribuito a rendere controversa la vicenda c’è anche la filosofia educativa dei genitori. Un’educazione centrata sul rapporto con la natura, su ritmi meno artificiali, su un attaccamento molto forte tra madre e figli, su una visione della crescita meno standardizzata.
Si può discutere tutto, naturalmente. Si può ritenere che alcuni aspetti siano criticabili. Si può pensare che certi modelli abbiano bisogno di integrazioni o correttivi. Ma in uno Stato democratico il punto resta lo stesso: la critica pedagogica non equivale alla prova di un danno giuridicamente rilevante.
Una società pluralista vive anche di esperienze educative differenti. Se un modello non produce maltrattamenti, abusi, trascuratezza grave o danni concreti e documentati, l’intervento pubblico deve essere misurato, proporzionato e orientato al sostegno, non alla sostituzione della famiglia.
La proporzionalità perduta
C’è una parola che attraversa tutta questa vicenda, anche quando non viene pronunciata esplicitamente: proporzionalità.
Davanti a un possibile problema educativo o relazionale, qual è la risposta proporzionata? Il sostegno? La prescrizione? Il monitoraggio? L’obbligo di adottare determinate misure? Oppure la separazione prolungata dei figli dai genitori?
In qualunque sistema giuridico rispettoso dei diritti fondamentali, l’allontanamento dovrebbe essere l’extrema ratio. Non il primo strumento. Non la scorciatoia. Non la risposta a una diversità che inquieta.
È stato fatto anche un esempio molto semplice ed efficace: se c’è un principio d’incendio, si interviene subito, certo, ma non si allaga tutto senza misura se il pericolo è circoscritto e può essere affrontato diversamente. Tradotto: la tutela del minore deve essere tempestiva, ma anche calibrata.
Quando invece il rimedio diventa più distruttivo del male che intende prevenire, allora il sistema ha perso il senso del limite.
Le possibili strade di riforma
Dalla discussione emergono alcune linee di intervento che meritano attenzione. Non risolvono da sole ogni problema, ma indicano una direzione.
1. Collegialità nelle valutazioni tecniche
È stata richiamata la proposta di affidare le valutazioni più delicate non a un solo consulente, ma a un collegio di esperti. L’idea è semplice: più sguardi possono ridurre il rischio di una decisione fondata su un solo impianto teorico o su una lettura parziale.
2. Un osservatorio sui casi di allontanamento
È stata ricordata anche la proposta di istituire un osservatorio capace di monitorare in modo sistematico le crisi familiari e i provvedimenti di allontanamento. La trasparenza, in questi ambiti, è essenziale.
3. Più chiarezza sui presupposti dell’intervento
Serve una definizione più rigorosa di ciò che costituisce un pregiudizio reale per il minore. Le categorie troppo elastiche si prestano a derive interpretative.
4. Priorità assoluta al sostegno della famiglia
Prima dell’allontanamento dovrebbero essere esplorate tutte le misure concretamente praticabili per mantenere i bambini nel proprio nucleo, salvo i casi di pericolo serio e immediato.
5. Tempi più rapidi e percorsi verificabili di rientro
Se un bambino viene allontanato, il percorso per il possibile rientro deve essere chiaro, scritto, comprensibile e verificabile. Nessuna famiglia può restare intrappolata in richieste indefinite o mutevoli.
Una questione che va oltre ogni schieramento
Su temi come questi è facile cadere negli slogan. Da una parte chi idealizza sempre la famiglia, dall’altra chi delega sempre all’apparato tecnico-istituzionale. Ma la realtà è più seria di così.
Ci sono famiglie che fanno male ai propri figli e devono essere fermate. Questo è ovvio. Ed è altrettanto ovvio che esistono operatori e giudici che lavorano con coscienza in contesti terribili.
Proprio per questo, però, bisogna avere il coraggio di dire che gli errori istituzionali esistono. E quando riguardano i minori, non sono errori qualsiasi. Producono ferite profonde, talvolta irreversibili.
Difendere il principio che i bambini debbano essere allontanati solo quando è davvero necessario non significa essere contro le istituzioni. Significa volerle più giuste, più credibili, più umane.
Il punto decisivo: il primo luogo dei bambini è la famiglia
In mezzo a tutte le norme, le perizie, le relazioni, le competenze e le polemiche, c’è una verità elementare che merita di restare al centro: il primo luogo di un bambino è la sua famiglia.
Non in modo assoluto, non ideologico, non cieco. Ma come principio di civiltà. Se lo si mette tra parentesi con troppa facilità, allora tutto diventa reversibile: il legame, l’appartenenza, la continuità affettiva, perfino il significato stesso della responsabilità genitoriale.
Per questo la domanda che sale da questa vicenda è tanto semplice quanto esigente: è stato fatto davvero tutto il possibile per proteggere i bambini senza separarli dai loro genitori?
Se la risposta è no, allora c’è qualcosa da correggere profondamente. Se la risposta è sì, allora lo si dimostri con motivazioni trasparenti, rigorose e comprensibili. Non con formule opache. Non con etichette. Non con percorsi che sembrano non finire mai.
Una ferita aperta che chiede verità
Il caso della famiglia nel bosco resta, oggi, una ferita aperta. Una storia amara, come è stata definita, perché coinvolge bambini innocenti, genitori che si dichiarano innocenti, e un sistema che dovrebbe proteggere senza travolgere.
La richiesta che emerge con più forza non è una richiesta ideologica. È una richiesta di verità, proporzione e responsabilità.
Verità sui fatti, sulle motivazioni e sui danni reali. Proporzione tra i problemi riscontrati e le misure adottate. Responsabilità da parte di chi esercita un potere enorme sulla vita delle persone.
Quando tutto questo manca, la sofferenza privata diventa allarme pubblico.
E allora il punto non è più solo capire come finirà una singola vicenda. Il punto è decidere quale idea di tutela dei minori si vuole difendere in Italia. Una tutela che aiuti, accompagni, sostenga e intervenga con fermezza quando serve. Oppure una tutela che rischi di confondere la protezione con il controllo, la prudenza con il sospetto, la differenza con la colpa.
È una domanda che riguarda tutti. Perché ogni volta che il potere entra in una famiglia dovrebbe farlo con una sola consapevolezza: sta toccando il luogo più delicato della vita umana.
– Potete inviare commenti sulla vicenda scrivendo a: info@nonsitoccalafamiglia.org
– Potete firmare la petizione per chiedere l’intervento del Presidente Mattarella