La disforia di genere nei minori, la guida pediatrica e il ruolo educativo delle famiglie
Ufficio Stampa
Associazione Non Si Tocca la Famiglia
Giusy D’Amico, presidente dell’Associazione Non Si Tocca la Famiglia, nel corso della trasmissione ‘L’Alleanza Educativa’ trasmessa il 03 Agosto 2026 da Radio Mater, ha affrontato l’argomento della disforia di genere, quando cioè un figlio manifesta improvvisamente un’incongruenza di genere e molte famiglie si ritrovano sole, disorientate e senza riferimenti chiari. A discuterne Stefano di Generazione D, associazione che riunisce famiglie coinvolte in queste situazioni, e Domenico Menorello della rete Ditelo sui tetti. Al centro del confronto ci sono il ruolo dei genitori, della scuola, dei pediatri, l’approccio affermativo, la prudenza clinica e la richiesta di un dibattito realmente scientifico. Questo il resoconto della discussione.
Potete riascoltare l’audio integrale in fondo all’articolo.
Generazione D e il bisogno di ascolto delle famiglie
Che cos’è Generazione D e di chi vi occupate?
Stefano: Generazione D è un’associazione che riunisce circa 300 famiglie e rappresenta oltre 235 ragazzi e ragazze che hanno manifestato un’incongruenza di genere.
Il nostro lavoro nasce dall’ascolto delle famiglie, spesso travolte da una situazione che non si aspettavano e per la quale non riescono a trovare risposte equilibrate.
Per comprendere bene ciò di cui parliamo, è fondamentale non sovrapporre l’omosessualità e l’incongruenza di genere. Sono realtà diverse, anche se talvolta vengono trattate come se
fossero la stessa cosa.
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L’omosessualità riguarda l’orientamento affettivo o sessuale verso persone dello stesso sesso e non implica, di per sé, trattamenti medici o chirurgici.
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L’incongruenza di genere riguarda invece la percezione di un disallineamento tra il proprio sesso biologico e il genere con cui una persona si identifica.
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La disforia di genere indica la sofferenza che può essere collegata a questa percezione di incongruenza.
GenerAzioneD segue esclusivamente le famiglie di ragazzi che si dichiarano transgender o che manifestano incongruenza o disforia di genere. Non si tratta di giudicare o di escludere qualcuno. Si tratta di accompagnare genitori e figli davanti a percorsi che possono avere conseguenze profonde e durature.
Quali situazioni incontrate più spesso nelle famiglie?
Stefano: Nella maggior parte dei casi che raccogliamo, il disagio compare improvvisamente durante l’adolescenza. Spesso emerge dopo il lockdown oppure in concomitanza con un uso molto intenso dei social network.
Molti genitori raccontano di non aver osservato, durante l’infanzia, segnali persistenti di sofferenza rispetto al sesso biologico del figlio. Il ragazzo o la ragazza non arriva dicendo: “Sto soffrendo da anni”. Arriva frequentemente con un’autodiagnosi già pronta: “Ho la disforia di genere”.
È un linguaggio che può essere appreso online o nel gruppo dei pari. L’adolescente, già alle prese con
le difficoltà della crescita, con l’accettazione del corpo che cambia e con il sentirsi diverso dagli stereotipi maschili o femminili, può arrivare a interpretare quel disagio come prova di essere nato nel corpo sbagliato.
Da qui possono nascere richieste molto concrete: un nuovo nome, pronomi diversi, un abbigliamento
associato all’altro sesso e il riconoscimento sociale di una nuova identità.
Transizione sociale, scuola e carriera alias
Che cosa si intende per transizione sociale?
Stefano: La transizione sociale è la prima fase dell’approccio affermativo.
Consiste nel far vivere il ragazzo o la ragazza pubblicamente come appartenente al sesso opposto: cambio del nome, dei pronomi, dell’abbigliamento, del ruolo sociale e del modo in cui viene riconosciuto dalle persone vicine.
L’approccio affermativo parte dall’idea che, se un ragazzo dichiara di essere dell’altro sesso, quella dichiarazione debba essere immediatamente confermata. Il nostro interrogativo è un altro: prima di confermare una scelta così impegnativa, non è necessario capire più a fondo che cosa stia accadendo?
Nessun medico può certificare con certezza, all’inizio di un percorso, se l’incongruenza di
genere di un minore sarà stabile nel tempo oppure transitoria. Le traiettorie individuali non sono prevedibili. Per questo chiediamo prudenza, soprattutto quando si tratta di bambini, preadolescenti e adolescenti vulnerabili.
Perché ritenete delicata la transizione sociale?
Stefano: Se un ragazzo viene riconosciuto ovunque con un nuovo nome e una nuova identità, tornare indietro può diventare psicologicamente molto difficile. Può sentirsi costretto a proseguire un percorso non perché ne sia ancora convinto, ma perché teme di dover spiegare a tutti di aver cambiato idea. Per un adolescente fragile, dire a compagni, insegnanti, amici e parenti “mi sono sbagliato” può diventare un peso enorme. Proprio per questo la transizione sociale non
dovrebbe essere affrontata con leggerezza o come risposta automatica a una fase di incertezza.
Quali responsabilità ha la scuola?
Giusi: La scuola è una comunità educativa e non può sottrarsi alla responsabilità delle proprie scelte. Quando una scuola adotta una carriera alias, riconoscendo uno studente con un nome e un’identità diversi da quelli anagrafici, interviene concretamente nella vita del ragazzo e nella dinamica dell’intera classe.
Se Mario viene chiamato Maria per alcuni mesi e poi torna a presentarsi come Mario, quella situazione può produrre disorientamento non solo nel diretto interessato, ma anche nei compagni e nel contesto scolastico. L’istituzione deve interrogarsi sulle ricadute educative, pedagogiche e anche giuridiche delle decisioni che assume.
Gli insegnanti, in quanto pubblici ufficiali, hanno responsabilità importanti. Non possono agire come se si trattasse di una semplice formalità o di una scelta priva di effetti sul gruppo classe, soprattutto quando vi sono altri ragazzi in difficoltà che potrebbero percepire una determinata scelta come un modello da imitare.
Nel confronto viene inoltre richiamata la normativa sul consenso informato preventivo in ambito
scolastico, con particolare attenzione alla scuola dell’infanzia e primaria.
Per le famiglie, la richiesta è quella di conoscere con chiarezza progetti, attività e protocolli proposti ai figli, senza iniziative ambigue o presentate sotto titoli poco trasparenti.
Dal percorso sociale agli interventi medici
La transizione sociale è davvero un passaggio isolato?
Stefano:No. Per chi segue l’approccio affermativo, la transizione sociale è spesso solo il primo passaggio di un percorso che può proseguire con interventi medici e, in alcuni casi, chirurgici.
Nel modello richiamato durante il confronto, le fasi vengono generalmente descritte così:
Transizione sociale, con nome, pronomi, abbigliamento e riconoscimento nel ruolo del sesso opposto.
Bloccanti della pubertà, somministrati per sospendere lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari.
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Ormoni del sesso opposto, somministrati per indurre o mantenere caratteristiche fisiche associate all’altro sesso.
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Interventi chirurgici, che in Italia possono essere richiesti dopo la maggiore età.
La preoccupazione delle famiglie riguarda il fatto che questi passaggi non siano sempre percepiti nella
loro continuità. Una scelta inizialmente presentata come sociale può rendere più probabile l’ingresso in un percorso di medicalizzazione.
Quali dubbi sollevate sui bloccanti della pubertà e sugli ormoni?
Stefano: I sostenitori dell’approccio affermativo descrivono spesso i bloccanti della pubertà come una pausa di riflessione. Tuttavia, noi chiediamo che questa definizione venga valutata con molta attenzione.
Nel dibattito sono stati richiamati dati e osservazioni secondo cui molti minori che iniziano con i bloccanti proseguono successivamente con ormoni del sesso opposto. Se questo avviene, la cosiddetta pausa rischia di diventare il primo gradino di un percorso molto più difficile da interrompere.
Le famiglie chiedono informazioni complete e comprensibili sui possibili effetti della
medicalizzazione precoce, inclusi i temi della salute ossea, cardiovascolare, della fertilità, del benessere psicologico e della necessità di trattamenti prolungati nel tempo. Non è accettabile minimizzare interrogativi che riguardano corpi in crescita.
Perché gli interventi chirurgici sono al centro delle vostre preoccupazioni?
Giusi: Perché parliamo di interventi irreversibili su giovani che sono ancora dentro un percorso di maturazione personale, relazionale e affettiva. Una ragazza sottoposta a ormoni maschilizzanti può arrivare a percepire il proprio seno come un ostacolo ancora più doloroso e chiedere una doppia mastectomia.
La domanda è semplice: siamo certi che un adolescente, in una fase già segnata da fragilità e
trasformazioni profonde, abbia tutti gli strumenti per prendere decisioni con conseguenze permanenti?
Nel dibattito internazionale sono emerse testimonianze di giovani che hanno intrapreso percorsi di transizione e successivamente hanno chiesto di interromperli o hanno raccontato il proprio pentimento. Il caso di Keira Bell, che ha contestato il percorso svolto presso la clinica Tavistock nel Regno Unito, è diventato uno dei riferimenti più discussi. Per approfondire il procedimento
giudiziario e il suo contesto, è possibile consultare il sito della Judiciary del Regno Unito.
Richiamare questi casi non significa negare la sofferenza di chi vive una reale disforia di genere.
Significa chiedere che nessun minore venga spinto con superficialità verso decisioni dalle quali potrebbe non essere possibile tornare indietro.
La guida pediatrica “Oltre lo sguardo” e la risposta di Generazione D
Perché avete contestato la guida pubblicata dalle associazioni pediatriche?
Stefano: Quando la Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno pubblicato la guida Oltre lo sguardo, abbiamo deciso di esaminare il documento e di pubblicare le nostre osservazioni sul sito di GenerAzioneD.
La nostra impressione è stata che la guida adottasse un’impostazione fortemente affermativa, dando poco spazio alle cautele, alle possibili comorbilità, alla necessità di esplorare le cause del disagio e al dibattito scientifico internazionale. Non ci sembrava un documento sufficientemente equilibrato rispetto alla complessità della questione.
La critica non riguarda la dignità delle persone transgender, che deve essere sempre rispettata.
Ogni bambino, ogni ragazzo e ogni famiglia meritano ascolto, accoglienza e protezione da ogni forma di discriminazione. Il punto riguarda il metodo clinico e l’appropriatezza degli interventi sui minori.
Che cosa è accaduto dopo la pubblicazione delle vostre osservazioni?
Stefano: Siamo stati contattati da numerosi professionisti: pediatri, medici, psicologi, psichiatri e neuropsichiatri. Molti di loro condividevano le perplessità espresse dalle famiglie e desideravano offrire un contributo autonomo. Quattro pediatri hanno quindi predisposto un documento rivolto alla Società Italiana di Pediatria. Il testo è stato sottoscritto da oltre 500 professionisti della salute, tra cui
docenti universitari, specialisti e medici impegnati anche in tavoli tecnici e istituzionali.
Il messaggio è chiaro: sollevare dubbi sull’approccio affermativo non equivale a essere transfobici.
Una discussione scientifica seria non può essere bloccata con etichette o accuse.
Se centinaia di professionisti chiedono prudenza, rigore metodologico e valutazione delle evidenze, quelle domande meritano ascolto.
La richiesta di un confronto scientifico e interdisciplinare
Quali proposte sono state rivolte alle istituzioni?
Domenico Menorello: Il lavoro svolto dalla rete Ditelo sui Tetti.org e dalla dottoressa Nini Decembrino ha portato alla redazione di una sinossi critica inviata al Ministro della Salute. Il documento chiede che le linee guida siano verificate nel loro rigore metodologico e scientifico.