Giusy D'Amico dialoga con Pupi Avati, regista, scrittore autore di "Rinnamoramento"

Un dialogo su dolore, attesa, amore e responsabilità

di Giusy D'Amico - presidente Associazione Non si tocca la famiglia

Che cosa intendi con “rinnamoramento”?

Per me il rinnamoramento non è una semplice emozione romantica, né un entusiasmo passeggero. È un movimento interiore. È il momento in cui una persona, dopo avere attraversato stanchezza, delusione, paura o persino indifferenza, si accorge che il cuore può tornare a vivere.

Non parlo solo dell’innamorarsi di qualcuno. Parlo del tornare ad amare la vita, il proprio cammino, il legame con gli altri, perfino ciò che sembrava perduto. Il rinnamoramento affascina già nel nome, certo, ma la sua forza vera sta nelle possibilità che apre. È quasi un’ipotesi di rinascita che chiede di essere verificata nella realtà concreta.

Quando una persona si rinnamora, non cancella il dolore. Lo attraversa in modo diverso. Non smette di sentire le ferite, ma scopre che non sono l’ultima parola.

Il dolore migliora davvero, come spesso ci si chiede?

Non credo esista una risposta automatica. Davanti al dolore bisogna avere onestà.
A volte si vorrebbe una formula rapida, una spiegazione pulita, una promessa sicura.
Ma non sempre è possibile. Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo, e il tempo non è un dettaglio. È parte della cura.

Quando qualcuno domanda se il dolore migliori, io sento che la domanda vera è un’altra: che cosa ne facciamo? Lo lasciamo chiuderci? Lo trasformiamo in accusa continua? Oppure proviamo a preparare una risposta?

Per me questo è decisivo. Se si prepara una risposta, allora il dolore smette di essere soltanto qualcosa che subiamo. Diventa anche uno spazio in cui scegliere. Non è una scelta facile, né sentimentale. È una scelta faticosa, piena di attesa, ma reale.

Hai parlato di una sofferenza che viene dal cuore e di una nostalgia profonda.
Come la descriveresti?

Ci sono dolori che non nascono da un evento esterno soltanto. Sembrano venire da più dentro. È come se il cuore custodisse un’attesa che non sa nominare bene.
Una mancanza, una nostalgia, un desiderio di essere riconosciuti, amati, accolti.

Molte volte questa nostalgia si manifesta in modo confuso. Ci si accorge di essere inquieti, irrequieti, insoddisfatti. Si cercano risposte dappertutto, ma il punto è che il cuore domanda una relazione vera. Domanda un legame che non sia superficiale.

Quando questa attesa non incontra risposta, si può diventare duri, sarcastici, persino aggressivi. Eppure sotto quella durezza spesso rimane una domanda semplice: c’è qualcuno capace di amare davvero?

Nel tuo discorso emerge anche il tema dell’attesa. Perché è così importante?

Perché non tutto si risolve nell’immediato. Viviamo in un tempo che pretende risultati istantanei, ma l’esperienza umana non funziona così. Le relazioni, il dolore, la guarigione, il ritorno della fiducia hanno ritmi più lenti.

Attendere non significa restare passivi. Significa rimanere aperti senza fingere.
Significa non scappare dalla realtà, ma sostenerla finché qualcosa si chiarisce.
A volte vorremmo sapere subito che cosa farà il mondo, che cosa farà l’Europa,
che cosa farà la società davanti alle ferite collettive. Ma mentre attendiamo, non possiamo smettere di prepararci a rispondere in prima persona.

L’attesa, se è vissuta bene, non è vuoto. È maturazione.

Nel libro e nelle tue riflessioni c’è un intreccio tra esperienza personale e vita pubblica. Come stanno insieme?

Stanno insieme perché l’essere umano non vive diviso in compartimenti.
Il cuore personale e la convivenza civile si toccano continuamente.
Se dentro di noi cresce solo risentimento, quel risentimento prima o poi si riflette nel modo in cui parliamo, votiamo, giudichiamo, costruiamo rapporti.

Dall’altra parte, quando una società si abitua alla provocazione continua, alla violenza verbale o fisica, alla polarizzazione, anche le coscienze personali si impoveriscono.
Per questo non possiamo pensare che i grandi conflitti pubblici siano separati dalle domande intime sull’amore, sul dolore e sulla speranza.

La qualità della vita comune dipende anche dalla qualità del nostro sguardo.

Hai richiamato l’attenzione sull’Europa, sui suoi valori e sulle tensioni presenti nelle città. Che lettura ne dai?

Credo che ci troviamo in un momento in cui l’Europa è interrogata in profondità.
Non bastano le dichiarazioni di principio. Serve capire se i valori di cui tanto si parla hanno ancora forza concreta nel carattere delle persone e delle istituzioni.

Negli ultimi anni abbiamo visto scontri, proteste, tensioni sociali, episodi di violenza contro persone innocenti, piazze segnate da rabbia e paura, gruppi estremi capaci di spingere il conflitto oltre il limite. Tutto questo non può essere liquidato come rumore di fondo.

Una comunità politica è seria quando non minimizza il dolore sociale e quando non lo sfrutta per convenienza. Bisogna continuare a promuovere valori solidi, ma non come slogan. Devono diventare coscienza, educazione, responsabilità condivisa.

Quindi il problema non è solo politico?

Esatto. È umano prima ancora che politico. Le istituzioni sono importanti, ma da sole non bastano. Se manca un lavoro profondo sulla consapevolezza delle persone,
ogni risposta resta fragile. Per questo insisto tanto sul fatto di rendersi conto di ciò che stiamo facendo.

Una società può anche dotarsi di regole migliori, ma se non ricostruisce legami e senso di responsabilità, resterà esposta alle stesse ferite. La coscienza pubblica non nasce dal nulla. Va coltivata.

Hai anche evocato il valore dell’arte e dell’artigianato come spazio di relazione. Perché?

Perché l’arte non è un lusso decorativo. È una forma attraverso cui un popolo esprime il proprio modo di stare al mondo. Penso alla lunga storia delle tradizioni europee, ai mestieri, alle differenze di stile tra epoche e territori, al valore aggiunto che nasce da un lavoro fatto con intelligenza e mani vive.

Quando parliamo di produzione artigianale, non stiamo parlando solo di oggetti. Stiamo parlando di cultura, memoria, identità, incontro. In quei processi si costruiscono dialoghi, relazioni, continuità tra generazioni.

E quando si costruiscono dialoghi e relazioni, il mondo diventa più sicuro. Non perché spariscano i conflitti per magia, ma perché cresce un tessuto umano capace di reggerli senza distruggersi.

In che modo le relazioni cambiano davvero la realtà?

La cambiano perché tolgono le persone dall’isolamento. Molta della violenza che vediamo nasce da fratture non elaborate, da solitudini diventate rabbia, da appartenenze vissute contro qualcuno invece che insieme a qualcuno.

Una relazione autentica restituisce misura. Aiuta a vedere l’altro non come un nemico astratto, ma come una presenza concreta. Questo vale nella famiglia, nelle comunità, nella vita civile, persino tra popoli e istituzioni.

Le relazioni non risolvono tutto, ma impediscono che tutto si riduca a scontro.

Hai fatto un accenno molto personale alla tua famiglia. Che cosa ti interroga in quell’esperienza?

La famiglia è uno specchio esigente. Quando guardo mia figlia, o chi le è accanto nella vita, mi accorgo di quanto l’amore non sia mai possesso. È sempre anche perdita di controllo, decentramento, consegna.

Ci sono momenti in cui un genitore si domanda se ha davvero saputo amare bene,
se è stato all’altezza, se il proprio ruolo è stato chiaro, se ha dato presenza oppure soltanto preoccupazione. Sono dubbi seri. Non vanno censurati.

Ma proprio lì si capisce che amare non significa performare un ruolo perfetto.
Significa restare presenti con verità. Un padre, una madre, o chiunque si prenda cura di un altro, vive sempre su questo confine tra responsabilità e umiltà.

Il rinnamoramento riguarda anche il rapporto con se stessi?

Sì, e in modo decisivo. Ci sono persone che sanno voler bene agli altri ma hanno smarrito la capacità di guardarsi con misericordia. Altre, invece, si ripiegano su di sé e non riescono più ad aprirsi davvero. Il rinnamoramento tocca entrambe le dimensioni.

Ritrovare un amore sano per sé non significa diventare autoreferenziali. Significa riconoscere il proprio valore senza negare la propria fragilità. Solo così si può amare gli altri senza usarli come compensazione dei propri vuoti.

Hai usato immagini molto intense, quasi poetiche, per raccontare questo cammino. La poesia aiuta a dire ciò che la prosa non riesce a contenere?

Assolutamente sì. Ci sono passaggi dell’esperienza umana che la lingua ordinaria fatica a reggere. Il pensiero lineare è necessario, ma non basta sempre. La poesia permette di avvicinarsi a ciò che dentro di noi è più sfuggente: il desiderio, il tremore, il senso di smarrimento, il riaffacciarsi della gioia.

Quando una persona attraversa una stagione complessa, non la vive come una tesi ben ordinata. La vive come un intreccio di immagini, paure, intuizioni, aperture improvvise. La lingua poetica riesce a rispettare questa densità.

Hai parlato anche di provocazioni interne e di una scena che interroga il mondo. Che cosa significa?

Significa che spesso le sfide più grandi non arrivano solo da fuori. Arrivano da dentro. Da ciò che ci divide internamente, dalle provocazioni che ci destabilizzano, dalle fratture che attraversano le nostre comunità e perfino la nostra coscienza.

Quando però c’è uno spazio umano e culturale capace di porre domande vere, quel luogo diventa una scena che interroga il mondo. Non perché si senta superiore, ma perché osa non ridurre tutto a superficialità.

Chi ascolta davvero una domanda umana vale più di cento provocazioni.
Perché l’ascolto apre, mentre la provocazione chiude.

Qual è, allora, la domanda più importante da custodire?

Forse questa: da dove può ricominciare l’amore? Non l’amore idealizzato, ma quello che regge il contatto con la realtà. Quello che sa stare davanti al male senza copiarlo.
Quello che sa attendere senza spegnersi. Quello che sa costruire legami e non solo reazioni.

Il rinnamoramento nasce lì. Quando smettiamo di pensare all’amore come a una parola consumata e ricominciamo a trattarlo come una forza concreta di conoscenza, di cura e di responsabilità.

Se dovessi riassumere il cuore del tuo messaggio, quale sarebbe?

Direi questo:

  • Il dolore non va negato né romanticizzato.

  • L’attesa può diventare uno spazio fecondo se prepara una risposta.

  • Il cuore umano porta una nostalgia che chiede relazione vera.

  • La vita pubblica e la vita interiore si influenzano continuamente.

  • I valori hanno peso solo se diventano coscienza e pratica.

  • Arte, artigianato, dialogo e relazioni costruiscono un mondo più abitabile.

  • Rinnamorarsi di nuovo è possibile, ma richiede verità.

Perché continui a insistere su questo tema oggi?

Perché il nostro tempo rischia due estremi ugualmente pericolosi. Da una parte il cinismo, che ride di tutto e non crede più a niente. Dall’altra l’enfasi vuota, che usa parole grandi senza incarnarle. Il rinnamoramento è una via più difficile, ma più vera. Non è ingenuità. È una disciplina del cuore.

Insisto su questo tema perché credo che molte persone non abbiano bisogno di essere distratte, ma raggiunte. Hanno bisogno di riscoprire che dentro la fatica, dentro le contraddizioni private e pubbliche, esiste ancora la possibilità di tornare vivi.

Conclusione

Il rinnamoramento non promette una vita senza ferite. Promette qualcosa di più serio: la possibilità di non restare prigionieri delle ferite. In un tempo attraversato da tensioni sociali, paure collettive, stanchezze personali e relazioni fragili, questo tema tocca il centro dell’esperienza umana.

Ricominciare ad amare, ad ascoltare, a costruire dialoghi, a custodire valori reali, a dare forma a legami e opere che rendano il mondo più sicuro: tutto questo non appartiene a un ideale astratto. È un compito concreto.

E forse proprio da qui passa la domanda decisiva del presente: non solo come resistere al disincanto, ma come tornare a innamorarci della verità, della realtà e degli altri.

 

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