“Dove rifiorisce l’umano”

Il racconto della terza edizione del Festival dell’Umano Tutto Intero tra incontri, testimonianze e impegno condiviso

di Giusy D'Amico - presidente Associazione Non si tocca la famiglia

Il Festival dell’Umano Tutto Intero non è facile da raccontare. Più che un evento, è qualcosa che ti attraversa e che continua a lavorarti dentro anche nei giorni successivi.

Sono stati due giorni intensi, pieni, a tratti anche difficili da mettere in ordine.
Incontri, strette di mano, conversazioni nate quasi per caso e poi diventate importanti. Interventi che arrivavano veloci, a volte lasciando più domande che risposte, ma sempre con la capacità di aprire uno spazio.

A un certo punto questa cosa si sentiva chiaramente: eravamo dentro un intreccio.
Di storie, di tentativi, di persone che — ognuna a modo suo — cercano di fare qualcosa di buono. E insieme anche la consapevolezza che non si tiene mai tutto.
Che qualcosa sfugge sempre. Ed è forse proprio questo che ci rimette in cammino,
che ci riporta attorno a un tavolo a confrontarci, a progettare, a ripensare.

E poi c’è il tema del sogno. Che non è evasione, ma direzione.

Sognare un mondo in cui il cuore dell’umano non sia difeso da chi ha più potere, ma custodito da chi ogni giorno sceglie di prendersene cura. Da chi, con pazienza, continua a fare gesti semplici: seminare, coltivare, proteggere.
Gesti piccoli, ma ostinati. Sono quelli che tengono accesa la speranza.

Tra i momenti che porto a casa in modo più vivo c’è sicuramente il dialogo-intervista con Pupi Avati. Non è stato solo un incontro “con un grande nome”, ma qualcosa di più personale. Nel suo modo di raccontare, così diretto e senza costruzioni, passava un’idea molto concreta di umano: fragile, a volte disordinato, ma proprio per questo vero.
Più che risposte definitive, ha lasciato delle immagini, delle intuizioni che continuano a lavorare dentro.

Anche questo, in fondo, è stato il Festival: non tanto dare soluzioni, ma accendere pensieri che restano.

La cornice ha fatto la sua parte. Un luogo bello, carico di storia e di arte, che quasi ti obbliga a rallentare e a guardarti attorno. E poi un’accoglienza fatta di attenzione vera. Nulla di perfetto, ma tanto di autentico, e si percepiva.

Quest’anno eravamo davvero in tanti. Più degli altri anni, più di quanto forse ci aspettassimo. Tanto che inizia a farsi strada una domanda concreta: riusciremo ancora a starci tutti? Forse no. Forse servirà uno spazio diverso. E un po’ dispiacerà, perché i luoghi quando li vivi così diventano parte dell’esperienza.
Ma è anche il segno che qualcosa sta crescendo sul serio.

Il Festival sta diventando, passo dopo passo, un appuntamento che non è più solo “bello da fare”, ma difficile da perdere. Un punto da cui ripartire ogni anno.
Un momento in cui ci si ritrova e, in qualche modo, ci si riconosce.

Arrivano persone nuove, spesso in punta di piedi. Poi restano. E piano piano trovano il coraggio di esporsi, di parlare, di esserci davvero. E questo cambia le cose, perché ci si dà forza a vicenda.

Quest’anno il riferimento a San Francesco d’Assisi ha attraversato molti momenti.
Non come una figura lontana, ma come una provocazione molto concreta. La sua idea di libertà, quella povertà intesa come spazio aperto, come possibilità di far entrare qualcosa di più grande. È una cosa che resta addosso.

Adesso viene la parte meno visibile, ma forse più importante. Quella in cui tutto quello che abbiamo ascoltato e vissuto deve trovare una forma nella vita concreta.
Nelle scelte, nel lavoro, nelle relazioni.

Serve coraggio, quello quotidiano.

Rimboccarsi le maniche e continuare, senza troppo rumore, ma insieme.

Un grazie sincero a tutti. In particolare a Domenico Menorello, per la passione e la tenacia con cui tiene insieme questa rete così ampia e viva di persone.

Grazie allo staff del Festival, di cui quest’anno ho avuto la possibilità di far parte — nel mio piccolo — e che lavora con una cura che si sente.

E grazie davvero a ciascuno. Uno per uno.

Agli amici di Ditelo sui Tetti e a tutti quelli che continuano a camminare su questa strada.

Alcune immagini della due giorni del terzo Festival dell’Umano Tutto Intero