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Il Parlamento francese boccia la legge sul suicidio assistito e introduce il diritto ad essere sollevati dalla sofferenza, senza essere uccisi:
l’evento traccia un percorso auspicabile per il nostro Paese, alle prese con analoghe proposte sul fine vita, a cura di Lucia Comelli
Il Parlamento francese boccia la legge sul suicidio assistito e introduce il diritto ad essere sollevati dalla sofferenza, senza essere uccisi: l’evento traccia un percorso auspicabile per il nostro Paese, alle prese con analoghe proposte sul fine vita.
Mercoledì 21 gennaio, il Senato, in Francia ha iniziato a discutere due proposte di legge: una sulle cure palliative, l’altra sulla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia.
Nell’imminenza dell’evento, tutti i vescovi del Consiglio permanente della Cef hanno firmato e resa pubblica, la scorsa settimana, una nota di condanna del disegno di legge sul fine vita: “Non si cura la vita dando la morte”. Martedì, alla vigilia della discussione, il card. Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza episcopale francese, in un video pubblicato online, invitava i senatori a sostenere la legge sulle cure palliative e a respingere quella sul suicidio assistito: “Quando guardiamo ad altri Paesi in cui sono state approvate leggi simili, le clausole restrittive inizialmente introdotte tendono a scomparire piuttosto rapidamente: questo approccio non è in linea con la dignità dell’umanità”.
Nel tardo pomeriggio di ieri, il ‘colpo di scena’: il Senato francese ha bocciato l’articolo 4 – che disciplinava l’assistenza medica al suicidio, approvando invece un emendamento che introduce il diritto al: “miglior sollievo possibile per il dolore e la sofferenza, senza alcun intervento volontario con l’intento di causare la morte o aiutare a morire”. In tal modo è naufragata la proposta ‘storica’ di legge sul fine vita, voluta fortemente dal Presidente Macron e già approvata il 27 maggio dell’anno scorso dall’Assemblea nazionale (Camera bassa). A determinare il voto contrario dei parlamentari è stata la consapevolezza che la riforma avrebbe introdotto un precedente gravissimo nella legislazione francese e la preoccupazione per le conseguenze sociali che avrebbe potuto portare, specialmente per le persone anziane, disabili e fragili, che rischiavano di sentirsi un peso e di subire pressioni esplicite o implicite a scegliere la morte.
La bocciatura del suicidio assistito in Francia non è casuale, ma rappresenta l’espressione nel Paese di un sentire ampiamente diffuso a favore della tutela della vita, come ha mostrato anche l’annuale Marcia per la Vita che, domenica 19 gennaio, ha portato nelle strade della capitale oltre 10mila persone. Dal palco, gli organizzatori dell’evento hanno ribadito l’urgenza di investire davvero nelle cure palliative e nell’assistenza ai malati terminali, invece di offrire loro una scorciatoia mortale.
Quanto accaduto a Parigi pone interrogativi importanti anche per il nostro Paese: se in una Nazione storicamente laica e progressista come la Francia si è arrivati a questo risultato, a maggior ragione ciò dovrebbe essere possibile anche e soprattutto in Italia, governata da una maggioranza di centrodestra.
Il nostro Parlamento riprenderà in effetti a breve la discussione sulla legge Zanettin-Zullo, proposta proprio da alcuni parlamentari del centro destra, da cui tuttavia la premier Giorgia Meloni, in una conferenza stampa (12 gennaio) ha già preso le distanze: il disegno di legge si propone di depenalizzare in determinati casi l’aiuto al suicidio. Chi, tra i cattolici, laici e sacerdoti, lo appoggia, sostiene che è inevitabile fare una legge per dar corso alla volontà della Corte costituzionale[1], che si tratta di pietà, di libertà, e comunque di una norma “restrittiva”, pensata come ‘male minore’ per limitare i danni di proposte più permissive (come quella Bazoli, sostenuta dal Pd) ed evitare il caos delle leggi regionali. Ma la pietà non elimina chi soffre: si prende cura di lui. E la libertà non è decidere di togliersi la vita, ma non essere mai portati dalla disperazione a desiderarlo.
Del resto, la sentenza della Corte sulla legge regionale Toscana (29 dicembre), che di fatto introduce il sistema sanitario nelle procedure del suicidio assistito, mette fuori gioco il Ddl Zanettin-Zullo che lo escludeva e apre alla legge Bazoli, cioè ad una ‘morte di stato’, che obbliga il medico e l’ordinamento a erogare il “servizio” su richiesta e normalizza nella coscienza della gente il suicidio (e l’omicidio di chi coopera)[2]. La Corte costituzionale non ha nessun titolo per costringere il Parlamento a fare una legge. Le sue sentenze sono auto applicative e non c’è bisogno di una legge: ricavarne una legge significherebbe solo legittimare moralmente e politicamente il suicidio assistito e di fatto moltiplicarne i casi[3]. Come è avvenuto in altri Paesi. In realtà il suicidio assistito e l’eutanasia si combattono offrendo alternative concrete a chi soffre e ai familiari, che spesso si impoveriscono e si sfiniscono nell’assistenza, e con una coraggiosa battaglia culturale – come è appena avvenuto in Francia con il sostegno della Chiesa – e non accettando invece compromessi al ribasso, moralmente inammissibili quando è in gioco la difesa della vita umana.
Come cattolici pro-life ci auguriamo:
che i vescovi italiani seguano l’insegnamento del pontefice, il quale – in linea con il Magistero della Chiesa – alla Vigilia di Natale ha espresso la sua ferma condanna del suicidio assistito e l’esempio dell’episcopato francese;
che anche in Italia si arrivi ad una forte mobilitazione di popolo – come sta già in parte avvenendo con le ‘veglie’ delle Sentinelle in piedi[4] e altre iniziative;
che il Parlamento bocci una volta per tutte la proposta di legge sul fine vita, che tornerà in discussione in Senato presumibilmente verso la metà febbraio;
che l’Italia, condannata dall’ONU nel 2022 per la mancata tutela delle persone disabili e delle relative famiglie, offra alternative concrete alla disperazione degli ammalati: finanziando adeguatamente le cure palliative e la terapia del dolore, incrementando le strutture per la presa in carico dei malati terminali, potenziando l’assistenza domiciliare o le reti di cura familiari che si fanno carico di questi bisogni.
Per questo, come associazione pro-family, plaudiamo al recentissimo Ddl sul riconoscimento giuridico e la tutela dei caregiver familiari, approvato dal Consiglio dei ministri (12.01.2026) e all’arrivo di una serie di misure concrete (economiche, di sostegno psicologico, ecc.): una risposta, per la prima volta organica e ulteriormente migliorabile, attesa da circa 7 milioni di caregiver italiani.
Lucia Comelli