Consenso informato preventivo:
perché la libertà educativa delle famiglie va difesa

Ufficio Stampa

Associazione Non Si Tocca la Famiglia

Giusy D'Amico e Michela Cinquilli - Radio Mater 29/10/2025

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Consenso informato preventivo: perché la libertà educativa delle famiglie va difesa

Parlare di consenso informato in ambito scolastico non è una mera questione tecnica. È una battaglia per la libertà educativa, per la democrazia concreta nelle relazioni tra famiglia e scuola e per il rispetto del primato educativo dei genitori sancito dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Negli ultimi dieci anni molte famiglie, insegnanti e associazioni si sono impegnate per riportare al centro dell’agenda pubblica il diritto dei genitori a conoscere preventivamente i contenuti e i progetti che si propongono agli studenti e, quando necessario, a poter astenere i propri figli da percorsi non condivisi. Oggi quel percorso di mobilitazione trova una concreta proposta legislativa: il disegno di legge 2423, a firma del Ministro dell’Istruzione e di altri parlamentari, che introduce disposizioni sul consenso informato in ambito scolastico.

Perché il consenso informato è un tema centrale

La famiglia è la prima agenzia educativa per i figli. Questo principio non è retorica, ma un dato costituzionale concretizzato dall’articolo 30 della nostra Costituzione. Non è un favore: è un diritto e una responsabilità. Allo stesso modo l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che i genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del tipo di istruzione da impartire ai propri figli.

“I genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli.”

Se ciò è vero, la scuola non può diventare — in modo più o meno consapevole — l’unica agenzia che plasma l’immaginario, i valori e le conoscenze dei giovani, soprattutto su temi eticamente sensibili come l’educazione affettiva, l’identità di genere e la sessualità. La trasparenza e l’informazione preventiva sono strumenti di dialogo e rispetto: permettono alle famiglie di conoscere i percorsi, valutarli e scegliere se partecipare o richiedere un’attività alternativa per i propri figli.

Breve cronistoria delle tappe fondamentali

Le istanze attorno al consenso informato non nascono oggi. Dal 2013-2014 in poi, in seguito alle grandi mobilitazioni di piazza del 2015-2016, associazioni, genitori e operatori educativi hanno cominciato a segnalare progetti scolastici che, spesso con titoli rassicuranti come “lotta al bullismo” o “educazione alla parità”, contenevano elementi ideologici e contenuti su identità di genere e sessualità introdotti senza un preventivo e trasparente coinvolgimento delle famiglie.
Nel 2015 fu emanata una nota ministeriale, la 1725, che negava la presenza di “ideologia gender” all’interno dell’ordinamento educativo italiano. Tre anni dopo, nel 2018, sotto l’allora Ministro Bussetti, fu pubblicata un’altra nota che rappresentò un primo riconoscimento dell’esigenza di informare i genitori e di prevedere percorsi alternativi per gli studenti i cui genitori non condividessero alcuni contenuti sensibili. Quel risultato fu il frutto di anni di mobilitazione, segnalazioni e proposte concrete: fu la vittoria di chi non si era limitato a protestare, ma aveva anche costruito testi, protocolli e proposte di lavoro.
Ora il lavoro politico è arrivato a un punto importante: la proposta di legge 2423 recepisce gran parte di quelle istanze. È una conquista che nasce da una lunga stagione di impegno sul territorio, nei tavoli ministeriali e nelle scuole. Ma non è esente da criticità che andrebbero corrette prima della sua approvazione definitiva.

Cosa prevede il disegno di legge 2423 e le criticità principali

Il disegno di legge intende introdurre il principio del consenso informato preventivo per i progetti e i percorsi proposti nelle scuole, valorizzando il ruolo della famiglia nella scelta educativa. È un passo avanti, ma la versione attuale solleva due grandi preoccupazioni:
  • la limitazione dell’ambito di applicazione: la normativa, così come impostata in alcune bozze, sembra limitare l’obbligo di consenso informato alle scuole superiori, lasciando fuori la fascia dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado;
  • l’interpretazione e l’applicazione della cosiddetta “carriera alias”: protocolli interni alle scuole che consentono a studenti in confusione di genere di essere chiamati con un nome diverso o di vedere modificato il proprio registro elettronico rispetto all’anagrafe ufficiale.

La prima criticità depotenzia l’intero scopo del provvedimento. Se si impedisce l’educazione sessuale nelle scuole fino alla media, ma si concede alle scuole libertà di introdurre progetti legati a identità e sessualità con titoli alternativi, allora il consenso diventa un rimedio parziale e inefficace. Molti progetti entrano infatti come cavalli di Troia sotto diciture ambigue: lotta alla discriminazione, prevenzione del bullismo, parità di genere, agenda 2030 e altri titoli che, senza un’attenta analisi dei contenuti, possono veicolare messaggi non condivisi dalle famiglie.
Sul fronte della carriera alias la questione è ancora più delicata. La possibilità di far chiamare un ragazzo con un nome diverso da quello anagrafico e di trascriverlo nel registro elettronico apre problemi di ordine giuridico, di privacy, di correttezza amministrativa e di sana pedagogia. L’anagrafe, il codice fiscale e la documentazione ufficiale non coincidono con un cambio di appellativo informale, e la scuola, come ente pubblico, ha obblighi di veridicità nelle informazioni che registra e comunica.

“Non possiamo assecondare il cambio di nome…
il registro elettronico non può non corrispondere a quanto depositato in segreteria.”

Carriera alias: rischi pedagogici e operativi

Sul piano pedagogico, avallare cambiamenti nominali o di identità in età preadolescenziale o adolescenziale può mettere a rischio la stabilità emotiva di ragazzi e ragazze. Questi sono anni di sperimentazione e di confusione possibile, in cui molte modalità di espressione possono rientrare spontaneamente con la crescita e con il tempo. Appoggiare in modo indiscriminato un percorso affermativo senza adeguate verifiche mediche, psicologiche e familiari significa trasformare uno strumento di accoglienza in una forma di normalizzazione che bypassa le garanzie necessarie.
Operativamente, le scuole si trovano in difficoltà quando devono registrare i dati ufficiali negli scrutini e nelle comunicazioni con le famiglie e con le istituzioni. Ci sono stati casi in cui presidi si sono trovati costretti a ricorrere a stratagemmi informatici per far coincidere il registro con il nome scelto, aggirando così le procedure amministrative. Questo non è sostenibile e segna un vulnus nel rispetto delle norme di trasparenza e responsabilità.

Il contesto internazionale: perché l’Italia non deve abbassare la guardia

Non si tratta di isolare l’Italia dal dibattito internazionale, ma di guardare con attenzione a quanto accade altrove. In alcuni Paesi genitori che hanno chiesto esoneri o si sono opposti a insegnamenti relativi all’identità di genere hanno subìto sanzioni severe, addirittura con conseguenze penali o di perdita di libertà. In altri casi il fenomeno dei blocchi della pubertà e degli interventi medici precoci ha avuto ricadute drammatiche per molte persone che hanno visto la propria vita segnata da scelte irreversibili prese in età altamente vulnerabile.
La sensibilità di molti paesi verso la protezione dei minori, la tutela della salute e la necessità di percorsi medici accurati è motivo per cui l’Italia dovrebbe procedere con prudenza. Ciò non vuole dire negare attenzione o cura ai casi reali di disagio: significa invece costruire percorsi chiari, con l’intervento di specialisti competenti, il coinvolgimento familiare e la massima trasparenza nelle prassi scolastiche.

Il ruolo della scuola: istruzione, non sostituzione educativa

La scuola ha un ruolo fondamentale. È la seconda agenzia educativa dopo la famiglia e deve continuare a svolgere la sua funzione primaria: istruire. Tornare a valorizzare la didattica, la capacità di leggere e interpretare testi, la dimensione critica e la conoscenza dei classici è urgente. Farlo non significa trascurare l’educazione alle relazioni e la prevenzione di fenomeni negativi come il bullismo, ma richiede chiarezza su chi fa cosa e con quali strumenti.
Nel contempo non si può ignorare la realtà: molte scuole vivono gravi carenze strutturali. Mancano fondi, materiali di base, personale di sostegno. Organizzare percorsi di educazione affettiva senza risolvere queste emergenze è un paradosso. Prima di tutto la comunità scolastica deve poter garantire il diritto allo studio in condizioni dignitose, perché solo da un ambiente stabile e ricco di opportunità culturali può nascere un’autentica educazione alle relazioni e alla responsabilità.

Ascolto, famiglia e prevenzione: la centralità della cura educativa

La crisi educativa non è solo questione di programmi: è questione di relazioni. Spesso il problema nasce da carenze di ascolto in famiglia. Recuperare spazi di dialogo quotidiano, prendersi il tempo per chiedere “come stai?” e non solo “hai fatto i compiti?”, può fare la differenza. Piccoli gesti come la cena insieme, la conversazione serale e la presenza attenta possono intercettare segnali di disagio e prevenire derive.
Quando un ragazzo subisce bullismo o vive una condizione di esclusione, oltre alla risposta scolastica serve un’attenzione qualificata: servizi di sostegno psicologico, percorsi terapeutici, ascolto e accompagnamento da parte di adulti competenti. La scuola deve essere pronta ad accogliere, ma è la famiglia che deve restare protagonista del percorso educativo e delle scelte principali.

Esperienze concrete: comunità scolastiche che accolgono e accompagnano

Ci sono realtà che testimoniano come un approccio serio e umano possa trasformare il disagio in crescita. Progetti di prevenzione del bullismo, programmi di educazione alle relazioni e iniziative culturali che elevano lo sguardo dei ragazzi sono percorsi che funzionano. Ad esempio, progetti Cineforum realizzati insieme a registi come Pupi Avati mirano a fornire ai giovani strumenti per riflettere sulle relazioni, sull’amore e sul senso del “per sempre”, concetti sempre più rari nelle vite dei giovani contemporanei.
Una testimonianza significativa è quella di un ragazzo che, dopo aver subito episodi di bullismo fin da piccolo, ha partecipato a un percorso individuale di accompagnamento e oggi è diventato ambasciatore nella lotta al bullismo. La sua esperienza dimostra che il recupero e la crescita sono possibili, e che l’impegno educativo genera effetti profondi e duraturi.

La voce degli insegnanti: tra impegno e preoccupazioni

Gli insegnanti non sono neutri rispetto a questo dibattito. Molti docenti accolgono con favore il principio del consenso informato perché permette di chiarire contenuti e metodologie prima che vengano proposti alle classi. L’esperienza di chi ha vissuto l’introduzione della carriera alias in Istituti superiori mostra come tale pratica sia stata spesso adottata con fretta e con scarsa conoscenza dei rischi e delle implicazioni. In alcuni casi il collegio docenti ha approvato protocolli senza un confronto adeguato, motivato da desiderio di inclusione ma senza una riflessione approfondita su strumenti, tutele e conseguenze operative.
È importante che i docenti sappiano che esiste la possibilità di esprimere l’opzione di minoranza in sede di collegio: anche poche firme motivate e messe a verbale possono segnalare una contrarietà e stimolare un confronto più approfondito. La partecipazione responsabile e informata dei docenti è una risorsa fondamentale per mantenere alto il livello di garanzia educativa nelle scuole.

Linee guida pratiche per famiglie e docenti

Per orientarsi in questo scenario, ecco alcune indicazioni operative utili per famiglie e insegnanti:

  • Controllare il PTOF: al momento dell’iscrizione, informarsi sul Piano Triennale dell’Offerta Formativa e chiedere copia dettagliata dei progetti previsti. Verificare titoli, contenuti e partner esterni.
  • Richiedere la documentazione: ogni progetto che riguarda contenuti sensibili dovrebbe essere accompagnato da una scheda informativa chiara, che specifichi obiettivi, metodologie, materiali utilizzati e figure coinvolte.
  • Esercitare il diritto al consenso: quando previsto dalla normativa o dal regolamento regionale, chiedere il consenso informato preventivo. Se necessario presentare istanze scritte per l’astensione del proprio figlio da percorsi non condivisi.
  • Usare la clausola di minoranza: per i docenti contrari a decisioni prese in collegio docenti, mettere a verbale la propria opposizione motivata e richiedere che la decisione venga riesaminata.
  • Coinvolgere gli esperti: in presenza di giovani con disagio o richieste di cambiamento identitario, richiedere il supporto di équipe di specialisti qualificati e documentati prima di adottare qualsiasi misura amministrativa o didattica.
  • Favorire il dialogo familiare: creare spazi di ascolto nella famiglia, dedicare tempo alla conversazione quotidiana e osservare segnali di disagio emotivo nei figli.
  • Chiedere trasparenza ai dirigenti: sollecitare chiarimenti sul perché un protocollo è stato adottato e quali garanzie operative sono state previste.

Proposte di miglioramento della legge e richieste al Ministero

Se il disegno di legge 2423 rappresenta una importante cornice normativa, è però necessario rafforzarlo in alcuni punti prima della sua approvazione definitiva:

  1. estendere espressamente il principio del consenso informato preventivo dall’infanzia fino alla maggiore età, in modo da non lasciare scoperti gli ordini di scuola più sensibili e indifesi rispetto all’ingresso di progetti dall’etichetta ambigua;
  2. vietare l’adozione di forme di cambiamento nominale e documentale a livello scolastico senza un provvedimento amministrativo o giudiziario che ne certifichi la legittimità; garantire che ogni modifica anagrafica sia supportata da documentazione ufficiale;
  3. stabilire protocolli chiari per l’intervento clinico-psichiatrico e medico che prevedano valutazioni multidisciplinari, il coinvolgimento dei genitori e l’esclusione di pratiche farmacologiche o chirurgiche in età minorile se non assolutamente documentate;
  4. prevedere tutele amministrative per i docenti che oppongono motivazioni pedagogiche e scientifiche a decisioni adottate frettolosamente, valorizzando il diritto di minoranza e il confronto collegiale;
  5. ritornare a investire nella scuola come luogo di conoscenza: priorità ai fondi per materiale didattico, sostegno, supplenze e programmi culturali che elevino la capacità critica degli studenti.

Iniziative di qualità: Cultura, cinema e testimonianze

La battaglia educativa non si fa solo con leggi e regolamenti, ma anche con progetti culturali che restituiscano ai giovani il gusto della profondità e della bellezza. Iniziative come il Festival dell’Umano e i Cineforum scolastici con registi impegnati permettono di parlare di relazioni, amore e senso del vivere in modo autentico e non ideologico. Questi progetti gratuiti offrono ai ragazzi strumenti per riflettere sulle grandi domande dell’esistenza e per sviluppare empatia e responsabilità.
La buona pratica raccontata da molti insegnanti è quella che mette al centro la testimonianza: giovani che recuperano dignità dopo il bullismo, che elaborano il rancore e imparano il perdono, che diventano attori positivi della comunità. Queste esperienze dimostrano che l’educazione alla relazione e alla responsabilità è possibile e che produce frutti concreti.

Conclusione: una chiamata alla responsabilità collettiva

Difendere il consenso informato in ambito scolastico non significa chiudere le porte al dialogo, alla tutela delle persone in difficoltà o alla lotta contro discriminazioni reali. Significa pretendere chiarezza, trasparenza e responsabilità. Significa richiedere che la scuola faccia la scuola e che la famiglia resti protagonista dell’educazione. Significa anche tutelare i minori con percorsi ben strutturati, riconoscendo la delicatezza delle fasi della crescita e la necessità di approcci multidisciplinari e certificati.
La proposta di legge 2423 è una grande opportunità per restituire alle famiglie il diritto di essere informate e chiamate a partecipare nelle scelte educative. Ma perché sia davvero efficace, va migliorata. Serve una legge che non lasci zone d’ombra, che tuteli i membri più fragili della comunità scolastica e che salvaguardi la veridicità amministrativa e la serietà pedagogica. È un obiettivo raggiungibile, a patto che istituzioni, genitori, insegnanti e associazioni lavorino insieme, con competenza e rispetto reciproco.
Per chi volesse approfondire, partecipare o segnalare esperienze e casi concreti, è utile rivolgersi a organizzazioni che da anni seguono questi temi, partecipare ai tavoli locali e nazionali e sostenere proposte che mettano al centro i diritti dei minori e la libertà educativa delle famiglie. Solo così la scuola potrà tornare a essere, davvero, una palestra di cittadinanza, saggezza e libertà.

“La scuola deve essere una palestra di vita, di saggezza e di libertà.”

La responsabilità è di tutti: genitori attenti, insegnanti preparati, dirigenti trasparenti e istituzioni capaci di confrontarsi. Non lasciamo che i nostri figli siano il terreno dove si sperimentano ideologie senza controllo. Difendiamo il diritto delle famiglie a conoscere, scegliere e partecipare. La libertà educativa è un bene comune: custodiamola insieme.