Ce l'abbiamo fatta, insieme.

Il Consenso Informato Preventivo è legge: una vittoria che appartiene a tutte le famiglie italiane.

di Giusy D'amico - Presidente Associazione non si tocca la famiglia


 Care famiglie, cari amici,

ve lo scrivo ancora una volta perché fatichiamo ancora a crederci: il 4 giugno 2026, il Consenso Informato Preventivo dei genitori è diventato Legge dello Stato Italiano.

Tredici anni. Tredici anni in cui abbiamo resistito, denunciato, scritto bozze, partecipato a riunioni che sembravano non finire mai, telefonato, mandato mail, organizzato sit-in fuori dalle scuole con i volantini in mano e il freddo di dicembre addosso.
Tredici anni in cui tante volte ci siamo chiesti se ne valesse davvero la pena, e poi abbiamo risposto di sì — e siamo andati avanti. Oggi possiamo dirlo senza ombra di dubbio: ne è valsa ogni singola ora.

Tutto è cominciato in anni in cui nessuno voleva sentire. Tra il 2013 e il 2015 denunciavamo quello che succedeva nelle scuole — l’ideologia gender nei programmi, i progetti imposti senza dire nulla ai genitori, la demolizione ossessiva degli stereotipi di genere da inculcare nei bambini — e spesso eravamo soli. Ci guardavano come se esagerassimo. Qualcuno rideva. Abbiamo continuato lo stesso, perché sapevamo quello che vedevamo, e sapevamo che le famiglie avevano bisogno di qualcuno che parlasse chiaro.

Nel 2018, dopo quattro anni di lavoro duro e serrato al Ministero dell’Istruzione — bozze, incontri, revisioni, ancora bozze, confronti quotidiani con amici e colleghi come Chiara Iannarelli, Giuseppe Bruno e Giuseppe Richiedei, con cui ci sentivamo al telefono più volte al giorno — riuscimmo a ottenere la Nota MIUR (prot. n. 19534) sul Consenso Informato Preventivo. Quel testo lo avevamo scritto noi. Conservo ancora la lettera in bozza che mi fu recapitata a casa il 19 novembre 2018, da un camminatore del MIUR, per ricevere il mio assenso alla pubblicazione. Non la butterò mai via. È uno di quei documenti che ti ricordano perché fai quello che fai.

Fu la prima, grande vittoria. Ma sapevamo che non bastava.

Gli anni successivi sono stati una trincea continua. Molte scuole ignoravano quella Nota, facevano finta che non esistesse, e i genitori che cercavano di farla rispettare si trovavano spesso soli davanti a muri di gomma. E allora intervenivamo noi: lettere ai dirigenti scolastici mettendo in copia gli USR, gli USP e spesso anche il Ministro, richieste di ispezioni, segnalazioni formali, casi portati sui giornali quando non c’era altro modo per accendere i riflettori. La nostra equipe scuola non si è mai fermata — e lo diciamo con orgoglio, perché dietro ogni intervento c’erano ore di lavoro, energia, e la consapevolezza di fare qualcosa che contava davvero.

Quante famiglie ci hanno scritto disperate. Quante abbiamo aiutato a far valere i propri diritti, scoprendo spesso che le proprie firme erano state apposte su moduli scolastici che dicevano poco e niente sulla reale proposta educativa — e che solo dai racconti dei figli, a casa, si capiva davvero cosa stava succedendo in aula. Ogni caso risolto ci dava la forza di andare avanti, anche nei momenti più difficili.

Abbiamo formato insegnanti, dirigenti, educatori, organizzando corsi sia in presenza che online. Abbiamo convinto tanti genitori a candidarsi come rappresentanti di classe e di istituto, per fare da “sentinella” dall’interno delle istituzioni scolastiche. Piccoli gesti, che nel tempo hanno prodotto risultati enormi.

In quegli stessi anni, uno dei parlamentari che più ci ha seguito e creduto in noi è stato l’On. Rossano Sasso. Già ai tempi della sua nomina a Sottosegretario all’Istruzione, ha partecipato con noi a flash mob dedicati al tema — non ultimo quello sulla Carriera Alias nelle scuole — condividendo le nostre preoccupazioni e trasformandole in azione politica concreta. È suo il risultato politico di questa operazione. Sono state sue le pressioni decisive per giungere a questa vittoria storica, perché il DDL si è agganciato proprio alla sua Risoluzione.

L’anno scorso il Ministro Valditara ci ha convocati. Ci siamo presentati con una grande petizione firmata da migliaia di famiglie italiane, chiedendo di trasformare il Consenso Informato Preventivo in qualcosa di definitivo, blindato, di legge. Non era la prima volta che bussavamo a quelle porte, ma questa volta sentivamo che il momento era arrivato. Siamo stati auditi sulla Risoluzione Sasso, e nel luglio dell’anno scorso siamo tornati in audizione per il DDL Valditara, agganciato proprio a quella Risoluzione. Abbiamo portato le nostre ragioni, e siamo stati ascoltati.

Il 3 dicembre eravate in tanti in Piazza Santi Apostoli, a sostenere il voto alla Camera. Il 4 giugno le vostre firme sono arrivate al Senato, migliaia di voci che chiedevano la stessa cosa. E poi è arrivata la notizia che aspettavamo da tredici anni.

Cosa cambia da ora? Tanto. La legge vieta l’insegnamento di gender ed educazione sessuale ai bambini dai 3 ai 10 anni e rende obbligatorio il Consenso Informato Preventivo su tutti i temi eticamente sensibili.

Funzionerà come già avviene per la Religione Cattolica: i genitori potranno scegliere, liberamente e consapevolmente, cosa è giusto per i propri figli, senza dover scoprire a cose fatte cosa è entrato in classe. È un diritto che la nostra Costituzione già riconosce all’articolo 30 — il diritto e il dovere dei genitori di istruire ed educare i propri figli. Finalmente la legge ordinaria si allinea a questo principio.

Lo so che qualcuno dirà che esageriamo, che è una legge inutile o persino pericolosa.
Lo dicevano anche nel 2013. Nel frattempo, in Francia, Spagna e Germania il gender è nelle scuole senza più alcun freno, e nessuno chiede il permesso ai genitori.
Noi abbiamo scelto un’altra strada, e oggi quella strada ha un nome: libertà educativa.

Non sarà finita qui — lo sappiamo bene, e non ci facciamo illusioni. C’è chi, come è accaduto di recente a Genova, ha imposto educazione sessuale a bambini di 3 anni proprio mentre questa legge stava per essere approvata. Un atto che dimostra quanto certa ideologia sia disposta a spingersi oltre ogni limite pur di non cedere terreno.

E poi c’è l’ondata social. Nelle ore successive all’approvazione, i profili dei cosiddetti “progressisti” si sono riempiti di insulti alla legge e a chi l’ha sostenuta.
Parole come “oscurantista”, “retrograda”, “bavaglio alla libertà di insegnamento” hanno inondato i feed di Twitter, Instagram e Facebook, rimbalzando da un profilo all’altro come se ripeterle più forte le rendesse più vere. Qualcuno ha persino paragonato questa legge a regimi storici — con la leggerezza di chi non ha mai letto un articolo di Costituzione o si è dimenticato che l’articolo 30 esiste da molto prima di noi.

Rispondere a tutto questo? Non ne vale la pena, e non è quello che vogliamo fare oggi. Quello che vogliamo dire è che la libertà di insegnamento non è mai stata in discussione. Nessun insegnante viene imbavagliato.
Quello che questa legge protegge è un’altra libertà — quella dei genitori di essere coinvolti, informati e rispettati nelle scelte educative che riguardano i propri figli.

Se questo è oscurantismo, allora evidentemente abbiamo dizionari diversi.

La nostra vigilanza non la abbasseremo mai. Continueremo a monitorare, segnalare, intervenire — come abbiamo sempre fatto. Perché chi urla più forte sui social non sempre ha ragione. Spesso ha solo più tempo libero.

Ma oggi, almeno oggi, lasciamo spazio alla gioia. Perché le battaglie giuste si vincono.
E questa l’abbiamo vinta insieme — noi, voi, e tutte le famiglie che in questi anni hanno creduto che valesse la pena combattere.

Grazie. Dal profondo del cuore.

Giusy D’Amico Presidente, Non Si Tocca la Famiglia
Roma, 8 giugno 2026