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Giusy Damico intervista Suor Anna Monia Alfieri sull'emergenza educativa tiktok e le varie piattaforme a cui sono connessi i rischi della rete. Challenge pericolose come trappole per bambini e ragazzi se non opportunamente guidati.

 

GIUSY: Suor Anna, lei, così impegnata su temi quali la scuola, l’educazione e la libertà di scelta educativa della Famiglia, come segue il susseguirsi di vicende terribili nelle quali sono coinvolti bambini e ragazzi abbandonati all'uso precoce della rete e, in tempo di pandemia, ancora più inghiottiti da proposte surreali che mettono in pericolo la vita?

Suor Anna Monia: Credo che il Covid abbia accelerato alcuni processi già in atto da tempo, portandone a galla tutti i limiti. In fin dei conti, Benedetto XVI, già all’inizio del suo pontificato, aveva parlato di “emergenza educativa” e papa Francesco continua sulla stessa linea. Basti pensare che, anche prima del Covid, dovevamo misurarci con l’alto tasso di dispersione scolastica, con il divario sempre più crescente fra il Nord e il Sud, con una scuola che non era più un ascensore sociale. Il tutto all’interno di una delegittimazione a) dei genitori impediti nell’ agire liberamente, e quindi consapevolmente, la propria responsabilità educativa a causa di una discriminazione economica, b) dei docenti sottopagati e bistrattati nell’esercizio della loro funzione all’interno della società. Così la scuola statale veniva privata dell’autonomia organizzativa e la scuola paritaria della libertà. Ecco il tragico epilogo di una scuola preda di campagne elettorali, tesseramenti dei sindacati, spreco della burocrazia. Un sistema avvitato su se stesso e incapace di risolvere le emergenze educative.

Così, negli anni, siamo passati di emergenza in emergenza. L’ultima quella relativa al fenomeno “hikikomori”, un meccanismo patologico di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate. In altri termini: gli adolescenti si isolano e non escono dalla camera. Ragazzi e ragazze che si rifiutano di uscire, di avere rapporti sociali “in carne ed ossa”, trascorrendo la propria esistenza sui social. Un allarme lanciato in quella modalità, tipicamente italiana, del creare i fenomeni, di discuterne nei talk, fra specialisti e influencer, senza voler davvero andare al cuore della questione. E, appena scoppia la pandemia, a Marzo 2020, con il lockdown si vira con una dad al 100%, come se nulla fosse. D’un tratto la fragilità dei nostri ragazzi sempre più soli sui social, bullismo, cyber-bullismo, hikikomori, disparità a seconda delle provenienze geografiche e famigliari. Le ingiustizie che si consumano per ragioni economiche non solo non vengono rimosse ma a tratti amplificate, nella più totale inadempienza dell’art. 2 della Costituzione “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

La dad si inserisce incurante del fatto che negli anni 2018-2019, il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila). Il 57% lo deve condividere con la famiglia. In questi casi meno della metà dei familiari dispone di un pc da utilizzare. Sebbene la maggior parte dei minori in età scolastica (6-17 anni) viva in famiglie in cui è presente l'accesso a internet (96,0%), non sempre accedere alla rete garantisce la possibilità di svolgere attività come, ad esempio, la didattica a distanza, se non si associa ad un numero di pc e tablet sufficienti rispetto al numero dei componenti della famiglia. Soltanto il 6,1% dei ragazzi tra 6 e 17 anni vive in famiglie dove è disponibile almeno un computer per componente. Solo 3 ragazzi su 10 hanno competenze digitali elevate. Eppure, d’un tratto, questi dati spariscono e si agisce incuranti a suon di dad, did, daf. Fatico a legittimare gli approcci che non guardano alla realtà e che non vanno al cuore delle questioni. Certo il Covid è stato un cigno nero, imprevisto, la dad è stata un ripiego legato all’emergenza; quel che è certo è il fatto che, passata la prima fase di emergenza, azioni ed interventi di ben altro respiro sarebbero stati necessari per evitare il disastro che ne è seguito, con 1.600 mila allievi non raggiunti dalla dad, ovviamente i più

poveri, con 300 mila allievi disabili in una situazione di totale isolamento. I ragazzi delle periferie delle città e della Nazione, alla resa dei conti, sono stati i più danneggiati.

Come la scuola può tornare a diventare una reale agenzia educativa?

Semplice: è necessaria una scuola diversa. In modo sintetico: occorre intervenire con soluzioni semplici e chiare, senza quei giri di parole tanto cari agli Azzeccagarbugli dei nostri giorni. Il sistema scolastico nazionale italiano da decenni posticipa e glissa la riforma sistemica necessaria:

dare autonomia organizzativa alla scuola statale, sempre più necessaria per vincere la sfida educativa e didattica, e libertà alla scuola paritaria, in un sistema libero, sotto lo sguardo garante dello Stato. Solo così si innalza il livello di qualità della scuola. Scuole che potranno selezionare i migliori docenti abilitati, pagati e valorizzati, sia che insegnino nella scuola statale sia che insegnino nella scuola paritaria, proprio come avviene nella laica Francia. Certamente occorre liberare il sistema scuola da interessi terzi che se ne servono per i propri interessi elettorali, di tesseramento e di guadagno. La riforma che ormai sempre più cittadini desiderano riconoscerebbe alla famiglia la responsabilità educativa, senza alcun vincolo economico, avendo già pagato le tasse. Negli anni abbiamo dimostrato che riconoscere alla famiglia una quota capitaria da spendere per l’istruzione dei figli (da declinare nelle leve fiscali esistenti, come convenzioni, deducibilità, detrazione, voucher) non fa una piega nè in punta di diritto - in tutta Europa è un sistema ormai consolidato-, né in punta di economia: non reggono le letture ideologiche del senza oneri per lo Stato. Si è infatti ampiamente dimostrato che un allievo non costa 8.500 euro, cifra che lo Stato spende in tasse dei cittadini, bensì 5.500: ciò vorrebbe dire 5 Mld di euro liberati alla morsa dello spreco. E’ evidente che, quando una cosa conviene e non viene fatta, esistono interessi terzi nascosti che si debbono custodire. Ma abbiamo smascherato anche questi. Chiaramente una riforma di sistema necessita della più ampia trasversalità politica, per non impaludarsi fra gli interessi dei partiti, dei sindacati, dei burocrati. Insomma: una riforma semplicissima come questa è altamente scomoda: al ministro va data la scorta h 24 all’interno delle mura del palazzo. Credo di aver reso bene l’idea. Ecco perché guardo con fiducia alla composizione di un governo di unità Nazionale che certamente può avere le premesse e il coraggio per introdurre riforme di sistema.

Quale ruolo deve avere lo Stato in tutto questo?

Anche in questo caso la risposta è semplice: lo Stato deve recuperare il valore del proprio ruolo di garante del buon funzionamento delle scuole statali e paritarie e non più di gestore unico con conseguente elargizione di mancette e posti di lavoro, proprio come la sportula degli antichi Romani. Il ruolo dello Stato è sussidiario a quello che i cittadini normalmente compiono con la propria azione libera che produce reddito (non solo economico e patrimoniale) per sè e per gli altri, rinsaldando una sussidiarietà che da orizzontale diviene circolare. Dobbiamo superare la logica della sussidiarietà al contrario che vede da anni 1) la famiglia pagare due volte la scuola, erogando più di 6Mld di euro allo Stato, 2) i dirigenti della scuola statale, privi di autonomia organizzativa, condurre in modo eroico una scuola schiava della burocrazia. Dobbiamo superare la logica dei sussidi, come il dott. Draghi aveva affermato lo scorso agosto.

Il conduttore Nicola Porro le riserva uno spazio settimanale nella trasmissione di Quarta Repubblica durante il quale offre inquadrature nuove sulla realtà scolastica ed educativa in Italia. I suoi interventi risultano sempre molto apprezzati. Ci vuole parlare di questa esperienza?

Con vero piacere. E’ nato tutto quasi per caso e non avrei certamente immaginato un appuntamento continuativo. Certamente il dott. Porro e Quarta repubblica sono stati molto generosi e coraggiosi nel dare spazio alla discussione di temi così lontani dalle logiche televisive.

Che una trasmissione in prima serata, il lunedì, quando inizia la settimana, dedichi spazio alle opinioni di una suora è davvero audace. Sono pertanto molto grata al dott. Porro e a tutto il suo staff. Il bello è che sono stati i cittadini a manifestare il loro interesse verso le tematiche di cui parlo. Allora sono tornata a domandarmi: possiamo davvero arrenderci a chi ci dice che la gente non vuole sentire parlare di argomenti seri, intelligenti, ma vuole solo rilassarsi con il nulla? Può essere davvero l’ultima parola la non competenza? Possiamo davvero livellare tutto al ribasso? Ecco: il fatto che siano centinaia le persone che settimanalmente mi scrivono per intessere confronti su temi seri e vitali come la scuola, la libertà di scelta educativa, una politica intesa come la più alta forma della carità al servizio dei cittadini (parola di San Paolo VI), mi ha confermato l’idea che negli anni si è radicata in me, ossia che, dopo tangentopoli, ce ne siamo lavati le mani un po' tutti. Per non incorrere nel rischio che parlare di politica voleva dire schierarsi a destra o a sinistra, o peggio macchiarsi perché è una roba sporca, non ne abbiamo più parlato. La conseguenza è stata che, quando tace la ragione, parla la follia. Credo che noi spesso sottovalutiamo le assurdità lanciate all’opinione pubblica ma in realtà, come ci insegnano le finestre di Overton, per far passare un’idea assurda è sufficiente lanciarla: se intorno nulla la contrasta, essa attecchisce, poi verrà legalizzata e infine apparirà normale. Ultima in ordine temporale l’idea che lavorare non serva, addirittura pone a rischio l’equità: meglio l’uguaglianza e quindi il sussidio. Io vado a Quarta Repubblica perché ho un ideale di vita: è possibile, certamente con non poche difficoltà, coniugare l’impegno morale con l’impegno civile. Noi siamo disposti, con il nostro fare e il nostro essere, a dire una parola differente che costruisce e non divide? Il guaio è che noi siamo portati a lamentarci ma non a metterci in gioco: quando ciò avviene, se si ha una buona idea, bisogna credere che emergerà, oltre il fuoco nemico e nonostante quello amico. Spero che questi interventi a Quarta repubblica spingano numerosi giovani cittadini ad avere il coraggio di mettere in campo buone idee. La comunità civile ha bisogno di ciascuno di noi, con testa e cuore. Non possiamo esimerci. Così l’auspicio è che, nelle prossime ore, tutte le forze politiche (Forza Italia, Lega, Noi con l’Italia, Udc, Partito democratico, Italia Viva, Leu, Gruppi Misti vari, Cambiamo, Pdf) si uniscano e mettano in campo le migliori forze, agendo in modo congiunto, come ha chiesto il Presidente della Repubblica indicando il Premier incaricato, prof. Mario Draghi.

A proposito: lei ha indicato, già a dicembre e proprio da Quarta Repubblica, la necessità di agire in Parlamento e, dopo la crisi di Governo, ha indicato che all’Italia serve un Governo di unità nazionale. Le parole del Presidente della Repubblica vanno in questa direzione. Quali sono le priorità del nuovo Governo?

Sono sempre stata certa che dalla crisi ne saremmo usciti grazie alle vie della democrazia e cioè il Parlamento. Anche perché è talmente complicata la situazione che occorre l’aiuto di tutti i migliori. Detto ciò, da una crisi come questa se ne esce solo superando gli steccati partitici: ecco perchè mi sono sentita pienamente rappresentata dal Presidente Mattarella nel suo discorso. Ne condivido anche le virgole! Fra le priorità ci dovrebbe essere certamente quella che il dott. Draghi ha evidenziato, lo scorso agosto, intervenendo al Meeting di Rimini. Occorre ripartire dalla scuola e investire nei giovani, creando le premesse per una Italia che ritorna ad essere protagonista in Europa e nel mondo.

Voglio che siano riportate per intero le parole che il prof. Draghi disse in quella occasione: esse hanno un significato profondo e di alto valore civile. “I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e, se non si è fatto niente, resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione”.

Ancora: “Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”.

Credo che non occorra aggiungere altro: auguro al prof. Draghi di trovare la collaborazione responsabile di tutte le forze politiche per poter realizzare concretamente quei principi così chiaramente affermati e che danno nuova linfa vitale al nostro Paese. Auguri, Prof. Draghi!

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Roma, 6 febbraio 2021
 
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