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Sull'evento DRAG QUEEN consigliamo la lettura del bellissimo articolo firmato dalla professoressa Giorgia Brambilla. 

 
 
L’isola gender che non c’è
Di Giorgia Brambilla
Pubblicato in : Il Blog di Sabino Paciolla
26/2/2020 queen, gender, LGBT, transgender
 
 
Con il patrocinio del Comune di Roma, erano stati programmati degli incontri “fiabeschi” per bambini delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado del territorio. Alla luce delle indicazioni del Ministero sul Coronavirus, sembrano annullati per ora; ma noi vogliamo comunque rifletterci sopra.
 
I “cantastorie” dovevano essere due “Drag queen”, che avrebbero raccontato delle storie alle scolaresche per trasmettere il valore dell’inclusività. Ancora una volta, nel cavallo di Troia colorato con brillanti obiettivi educativi si nasconde la ormai nota ideologia gender che, però, gli stessi promotori si ostinano a dire che non esista.
 
Eppure, basta vedere l’immagine. Trovate scritto: bambin* e ragazz*. Quell’asterisco, che esprime la volontà di non identificare l’essere umano nel maschile o nel femminile, frutto di una visione antropologica sovversiva (in quanto sovverte un dato umano che è al tempo stesso naturale ed essenziale) è la principale conferma, invece, che il gender esiste e che, come cerchiamo di ripercorrere in questo breve contributo, propone una visione erronea e priva di fondamenti scientifico, se non addirittura dannosa, visto che in questo caso è proposta a dei bambini.
 
Il connubio tra l’ambito filosofico-politico (Marcuse, De Beauviour, ecc.), quello sessuologico (Kinsey, Benjamin, Money) e quello femminista radicale (Butler, Firestone, ecc.) ha dato luogo all’ideologia gender, coerentemente con i “Rapporti” che Alfred Kinsey stilò con criteri empirico-statistici, sostenendo la tesi che femminilità e mascolinità sono costruzioni culturali indotte, dalle quali bisogna liberarsi per stabilire un’autentica uguaglianza tra esseri umani. La prima tappa è stata la “rivoluzione linguistica”: da sesso a genere, con l’esplicito intento di relegare la sessuazione ad un ambito biologico che non ha nulla da dire circa la costruzione sociale, fatta di ruoli legati alla libera autodeterminazione individuali. È come dire che l’essere umano potrebbe essere asessuato o pansessuato, perché l’unico dato importante è la sua libera scelta di identità e di orientamento sessuale.
 
Le elaborazioni su sesso e genere, maturate, poi, in seno ai “gender studies”, hanno progressivamente condotto, soprattutto nel solco delle scienze sociali, ad un accreditamento di statuti identitari ulteriori rispetto al maschile e al femminile. Accreditamento che ha preteso da un lato la “denaturalizzazione” del binarismo sessuale, dall’altro la “naturalizzazione” (e normalizzazione) della pluralità e dell’indefinibilità delle esperienze di genere. Dell’inconsistenza dei gender studies – ovvero questo tentativo su base demoscopica di dimostrare che i generi sono più di due ed esistono naturalmente nella popolazione – abbiamo avuto conferma anche di recente, dopo le dichiarazioni di Christopher Dummit (qui) il quale ha sottolineato che pensare che il sesso sia una costruzione sociale, oltre a non essere dimostrato scientificamente, è contrario al buon senso.
 
La sessuazione, maschile e femminile, infatti, non è né una scelta, né un prodotto della cultura: è un imprinting strutturale scritto in ogni cellula del nostro corpo. I cromosomi sessuali XX per la femmina e XY per il maschio, con la sintesi ormonale (estrogeni ed androgeni) ad essi collegata, costituiscono la sostanza genetica che regola e sviluppa la totalità della nostra corporeità. In sintesi, le scienze della vita hanno chiarito come molti fattori che contribuiscono alle differenze di sesso sono riconducibili ai geni e quindi agli ormoni gonadici, il cui contributo è responsabile della maggior parte delle differenze (dimorfismo fenotipico e di sessualizzazione cerebrale) dopo la differenziazione delle gonadi. Un discorso a parte, ovviamente, è rappresentato dalle anomalie derivanti da difetti endocrinologici su base genetica legati agli ormoni surrenalici o comunque collegati ai disturbi dello sviluppo sessuale, che rientrano nell’ambito della patologia, e hanno una necessità di trattazione multidisciplinare e specialistica, che esula dagli intenti di questo contributo e vengono chiamati “stati intersessuali”.
 
Esistono molte differenze tra maschi e femmine e sono stati riportati esempi di differenze di sessualizzazione cerebrale, noti e accettati per il ruolo che svolgono nella strutturazione del cervello e nel predisporre il comportamento di uomini e donne (C.Atzori, La differenza sessuale: aspetti scientifici).
 
Non potendo prescindere dalle differenze biologiche, uomini e donne differiscono in molti aspetti psicologici e comportamentali. Per esempio, gli uomini svolgono meglio compiti con specifiche competenze visuospaziali (ad esempio, la rotazione mentale) rispetto alle donne; le donne mostrano prestazioni migliori sul fronte del linguaggio rispetto agli uomini (J.S. Hyde, The Gender Similarities Hypothesis). Perché diciamo questo? Per il fatto che una comprensione dei fattori biologici coinvolti nell’espressione delle differenze tra maschio e femmina può aiutarci a spiegare il rapporto fra corpo e cervello sessuato, ambiente e comportamento, l’emergere del simbolico, oltre a chiarire in quale modo il sesso biologico influenza il modo di relazionarsi e di educare in modo diverso da parte di uomini e donne. I fattori sociali o culturali, da soli, non spiegano affatto le vere differenze comportamentali e di ruolo, riscontrabili nelle diverse epoche e culture che sono storicamente e geograficamente dislocate e, quindi, non riconducibili a stereotipi culturali “sessisti” decostruibili a piacere (C.Atzori, Il binario indifferente). Il sesso, inteso come pura componente biologica, e il genere, inteso come strutturazione culturalmente stratificatasi di comportamenti legati alla differenza di sesso che permette di identificarli come “maschili o femminili”, perciò, non sono separabili se non per una volontà ideologica ed astratta.
 
Se l’arbitrio di queste posizioni è abbastanza evidente di per sé, un altro aspetto che rende estremamente pericolosi i contenuti fondati sul pensiero gender è che i temi affrontati vanno ben oltre i problemi ai quali dicono di voler rispondere o i valori di cui si vorrebbero farsi promotori, in questo caso l’inclusione.
 
I materiali fino ad oggi prodotti dalle organizzazioni interessate alla propagazione nelle scuole di certi contenuti – come afferma il prof. Furio Pesci, professore ordinario di Pedagogia della Sapienza – sono molto carenti dal punto di vista pedagogico. L’analisi attenta e non preconcetta di libretti e sussidi in circolazione mette in luce una serie di difetti che ne sconsigliano l’uso; in particolare, le storie raccontate e la forma con cui si presentano determinati giudizi di valore impediscono, invece di favorire, il formarsi di quella personale maturazione di un punto di vista proprio, perché le posizioni dei sostenitori della teoria del gender sono presentate assiomaticamente come le uniche giuste (F.Pesci, Famiglia ed educazione affettiva)
 
La questione educativa mostra l’intrinseco limite dell’approccio gender. Infatti quest’ultimo professa l’inesistenza di un dato antropologico originario ed essenziale, riconducendo l’humanum, e nella fattispecie l’identità sessuata, a convenzioni socio-culturali. Dal punto di vista pedagogico, la questione è di importanza decisiva. Come sosteneva il prof. Giuseppe Mari, ordinario di Pedagogia dell’Università cattolica, educare un bambino comporta riconoscere – ipoteticamente, ma realmente – l’uomo che può diventare e educare una bambina significa riconoscere la donna che può diventare. Nel momento in cui l’approccio gender riconduce ogni significato antropologico dei profili sessuali a pura convenzione, respinge che se ne possa riconoscere uno originario (G.Mari, Teoria del gender ed educazione). Il risultato è che, se ci si discosta dal puro e semplice approccio descrittivo, si finisce per agire arbitrariamente, condizionando il bambino.
 
Nel concreto, questo vuol dire abbracciare una indifferenza tra i comportamenti sessuali che, di fatto, educa alla bisessualità, elevando un comportamento statisticamente limitato a paradigma della sessualità comune. Si coglie immediatamente l’incoerenza logica di questa impostazione, rispetto alla quale il “politicamente corretto” opera come fattore di omologazione rispetto a una presunta “neutralità” dell’approccio Gender.
 
C’è un’ulteriore aggravante: il fatto che questi raccontini – come ad esempio quelli che mirano a proporre al bambino di sperimentare vestendosi da femmina se è maschio e viceversa, come “Nei panni di zaff” – siano presentati da individui transessuali o comunque che il bambino non riesce a vedere né come maschio né come femmina, rimarca questa visione antropologica, oltre a supportare indirettamente la depatologizzazione della disforia di genere; il tutto, invitando ad “includere” gli individui trans e additando come intolleranti tutti gli altri. Qui chiariamo solo che le istanze volte al riconoscimento della depatologizzazione delle persone transessuali e transgender e le proposte che le corredano presentano, nella quasi totalità dei casi, significative aporie. Le categorie di “patologia” e “cura” vengono sottratte al discorso clinico per essere spostate su quello socioculturale e biopolitico: in pratica, si interviene su un particolare campo, quello medico, ricorrendo però a strumenti non medici e con la riproposizione del paradigma del “primato della cultura sulla natura” e dell’annullamento del vincolo biologico in favore dell’assoluto esercizio della scelta, in un’ottica di tipo propagandistico-ideologica.
 
Tornando al piano antropologico ed educativo, bisogna avere chiaro il metodo: si vogliono equiparare due realtà, la sessualità maschile e quella femminile, dicendo che sono uguali e negando, quindi, la loro differenza, fonte presunta di discriminazione. Ma affermare che due cose differenti sono uguali non è già discriminatorio? Davvero l’accoglienza e il rispetto – da cui deriva il senso corretto di inclusione – si ottengono attraverso l’equiparazione della diversità sessuale e quindi l’eliminazione dell’identità sessuata?
 
In questo pensiero, le differenze – anche quelle biologiche – considerate pericolose, devono essere sacrificate all’uniformità culturale; ma questo non è affermazione di sé o del proprio agire, ma semmai già di per sé privazione. Di fatto, quindi, l’uguaglianza si ottiene al negativo, cioè togliendo qualcosa – in questo caso l’identità sessuata – e non piuttosto affermando, o semplicemente riconoscendo, la persona per quello che è. Peccato però che non si comprende che nullificare la differenza sessuale è nullificare la persona. Ma se viene meno la persona e dunque il dato di realtà su cosa si fonderà tutto il resto, valori compresi?
 
Roma 26 febbraio 2020
 
 
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